Intervista ai Fratelli Coen
UNA BRUTTA PIEGA
di Marco Spagnoli
Intriso di riferimenti alla cultura ebraica, pieno di umorismo caustico, “A serious man” descrive la Minneapolis in cui sono cresciuti i registi.

 

“Essere ebrei è stato sempre una parte molto importante delle nostre identità. Ma poiché lo siamo da sempre è difficile dire quanto l’ebraismo abbia influenzato il nostro lavoro e, in particolare, i nostri ultimi film. Razionalmente è difficile staccarci da quello che siamo o crediamo di essere, perché non conosciamo altro da noi stessi. A serious man, dunque, riflette problematiche più ampie che sono espressione della nostra visione del mondo. Forse c’è un po’ di pessimismo, anche se non ne siamo del tutto sicuri: se Michelangelo Antonioni fosse nato e cresciuto a Minneapolis avrebbe fatto film come i nostri”. Joel e Etan Coen raccontano così A serious man, uno dei loro lavori più personali ed interessanti degli ultimi anni. Una pellicola in cui il protagonista, interpretato dall’attore teatrale Michael Stuhlbarg, pur vedendo sgretolarsi la propria vita, nonostante tutto riesce a restare “buono” e a comportarsi bene, come uno dei personaggi delle novelle yiddish di Isaac B. Singer. Un autore, quest’ultimo, che ha fortemente influenzato il divertente prologo del film ambientato, a differenza del resto della pellicola che racconta il Midwest del 1967, in un villaggio dell’Europa Orientale del diciannovesimo secolo.

Come è nata l’idea di questo film?

La genesi del film parte dall’idea di descrivere gli ebrei di una comunità specifica in un’epoca ben definita. Anche se nelle prime scene si ha l’impressione che l’ambientazione sia soltanto borghese, più passa il tempo, più ci si rende conto che tutti i personaggi principali sono ebrei.  Abbiamo scritto questo film insieme a Burn after reading e Non è un paese per vecchi un quattro, cinque anni fa.

Quanto c’è di personale in A serious man?

È un film ambientato nel Midwest, dove siamo cresciuti entrambi alla fine degli anni Sessanta. I nostri genitori insegnavano all’Università e, senza dubbio, ci sono molti riferimenti a persone e situazioni che abbiamo vissuto e conoscevamo, ma a parte questo non c’è niente altro di autobiografico se non che entrambi abbiamo avuto il nostro Bar Mitzvah in una maniera molto simile a quella che si vede nel film. Lo sfondo è autobiografico ma, per quello che riguarda i personaggi e ciò che fanno, si tratta di un’invenzione. Un altro elemento “autobiografico” riguarda i tornado. Quelli ce li avevamo ogni primavera in Minnesota e per questo motivo ci è piaciuto renderli protagonisti del finale del film. Il tempo meteorologico è un personaggio della nostra memoria e sapevamo che inserirlo nel film dava il senso di implicazioni un po’ tetre della storia. Ci sembrava un finale appropriato. In più dava un po’ il sapore di qualcosa in stile Mago di Oz, una storia non ebraica del Midwest americano.

Soprattutto la rappresentazione dei Rabbini è particolarmente interessante. Anche se li ritraete in maniera ironica, i consigli che danno sono veramente pieni di saggezza…

Non volevamo, anche qui, raccontare nessuna persona che abbiamo conosciuto in particolare, ma senza dubbio ci siamo ispirati a molti rabbini che abbiamo conosciuto nella nostra gioventù. Noi traiamo sempre ispirazione da persone che abbiamo incontrato nel corso del tempo, di cui ricombiniamo insieme caratteristiche differenti, di cui alcune sono completamente inventate, dando vita a personaggi del tutto nuovi che poco o nulla hanno davvero in comune con chi li ha ispirati.

In questo senso, il vostro cinema ha sempre una forte connotazione iconica…

È da quasi dieci film che collaboriamo con il direttore della fotografia Roger Deakins. Prima di iniziare le riprese arriviamo sul set con uno storyboard abbastanza completo di quelle che immaginiamo debbano essere le inquadrature. Quando ci troviamo con gli attori, poi, decidiamo se mantenerle esattamente come le abbiamo immaginate a tavolino oppure se c’è qualche cambiamento dell’ultimo momento che le possa migliorare. Nel caso del poster di questo film con Michael Stuhlbarg dall’alto di un tetto, ad esempio, vediamo il protagonista in una posizione che ci ha un po’sorpreso e che, alla fine, gli abbiamo chiesto di replicare anche altre volte. In realtà noi gli avevamo chiesto di mettere le braccia dietro alla schiena come si vede fare a Errol Flynn in Captain Blood. Questa è una delle rarissime volte in cui siamo stati fortemente coscienti dell’intenzione di realizzare una scena iconica.

Come paragonereste la vostra visione del mondo a quella di altri registi ebrei americani?

Non ci consideriamo due autori che lavorano nell’ambito dello humour o della cultura ebraica se non in casi come questo, dove il tema del film è fortemente radicato in questo elemento. Non siamo, almeno non coscientemente, dei narratori ebrei. Woody Allen, per esempio, ha una sensibilità ebraica tipica dell'East Coast e di chi è cresciuto a New York, molto diversa da quella che si vede nel film. I personaggi ebrei del suo cinema sono molto diversi dai nostri. È una differenza sottile, che però implica un approccio completamente diverso all’essere e al sentirsi ebrei.

Parliamo di humour: cosa vi fa ridere in questo momento?

Sicuramente adoriamo i personaggi dei film di Wallace & Gromit e le animazioni di Nick Park. Poi, recentemente, abbiamo visto con i nostri figli Hot Fuzz di Simon Pegg e possiamo dire che ci siamo molto divertiti per la sua follia.

 

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