Intervista Fatih Akin
IL CIBO DELL’ANIMA
di Anna Maria Pasetti
È un omaggio alla sua città natale, Amburgo, la commedia “Soul kitchen” premiata a Venezia, scritta assieme al protagonista Adam Bousdoukos.

L’accento è anseatico ma i colori sono profondamente mediterranei. Fatih Akin continua ad essere indicato dalle platee cinematografiche (ma anche dalla critica superficiale) come “il giovane e talentuoso regista turco”. In risposta, lui precisa puntualmente di essere tedesco, anzi radicalmente hamburger benché sia legatissimo a famiglia, parenti, tradizioni e lingua turche, “un patrimonio che mi arricchisce e che mi ha insegnato a vivere con rispetto ed educazione”. Per questo Akin, 36enne scapigliato ma già padre di un piccolo tedesco, riconosce le proprie responsabilità presso i turchi di Germania e con una serie di film premiati ai principali festival ha messo in scena generazioni di migranti tra scontri, dolori, passioni, morti e rinascite. Questa volta, però, si è preso una pausa dai drammi della vita e, omaggiando la sua Amburgo, si è ritagliato lo spazio per una commedia, Soul Kitchen, premio speciale della giuria all’ultima Mostra veneziana.

Il titolo Soul Kitchen riassume perfettamente il film. L’omonimia con il pezzo dei Doors è casuale, visto che nella selezione musicale non c’è traccia della loro canzone?

Per nulla casuale, il titolo si ispira a quel pezzo straordinario. Il mancato inserimento è dovuto ai costi vertiginosi dei diritti, purtroppo. Quanto all’aderenza ai temi del film, siamo stati fortunati: la cucina ha un’anima di profondità inestimabile, così come la musica soul. E tengo a precisare che questo genere musicale è un omaggio alla mia Amburgo, il luogo fuori dagli Stati Uniti dove si ascolta il miglior soul al mondo.

Parliamo di Amburgo, appunto. Sentivi il bisogno di omaggiarla con un film?

Esattamente. È la mia città natale e di formazione, nonché dove si sta radicando la mia nuova famiglia. Dopo gli sconfinamenti Germania-Turchia e tanta Istanbul, ho pensato che Amburgo meritasse più attenzione. È una metropoli in rapida evoluzione, anche se ai cambiamenti positivi si accompagna la deturpazione di alcune zone, quelle più storiche e vitali. Solo per fare un esempio, alcuni dei locali mostrati nel film oggi non esistono già più.

Il protagonista è greco: hai deciso di sostituire così l’elemento turco?

Assolutamente no. Quella di Soul kitchen è la storia di Adam, del suo fidanzamento interrotto e del suo problema con la Taverna Greca a cui si ispira il locale Soul Kitchen. Adam è di origini greche quindi il suo paese non è un elemento etnico ma è insito nella storia che raccontiamo. L’abbiamo scritta insieme, tanti anni fa, ma è rimasta nel cassetto finora.

Quando hai vinto l’Orso d’oro a Berlino l’intera comunità turca della capitale ti ha festeggiato come un eroe. Senti una certa responsabilità verso i migranti turchi in Germania?

Certo. Io sono un tedesco figlio di immigrati turchi, sono bilingue e biculturale. La comunità turca in Germania ha visto in me l’emblema del riscatto dei migranti arrivati in un Paese ricco ed emancipato. Rappresento un contributo all’integrazione, alla “germanizzazione” quasi completata, senza però perdere il valore della cultura di origine. Il senso di responsabilità verso le proprie radici è un dono della mia famiglia di origine e sarà mio dovere trasmetterlo ai miei figli. Certamente, continuerò ad avere uno sguardo bi-direzionale e a lottare perché l’integrazione si compia per tutti.

 

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