Intervista – Michael Moore
QUELLO CHE NON SIAMO
di Marco Spagnoli
Si conclude con un discorso storico di Roosevelt “Capitalism: a love story”, applauditissimo ultimo documentario del provocatorio regista, che riesce a far riflettere senza stemperare l’ironia.

 

“Nel mio lavoro non sono mosso dall’idea di dover superare me stesso e fare in modo che il mio ultimo film sia necessariamente migliore del precedente. La mia grande passione è il cinema. È da quando sono piccolo che vado al cinema tre o quattro volte a settimana. Il venerdì sera, in una sala d’essai che oggi non c’è più, per anni ho visto ogni singolo film di Bergman, Fellini, Truffaut e Fassbinder. Quella è stata la mia ispirazione e la mia scuola per diventare regista. Così, una volta, quando vivevo con il sussidio di disoccupazione, ho deciso di prendere una macchina da presa e raccontare quello che succedeva a Flint, la città del Michigan dove sono nato e cresciuto. Da allora non ho più smesso”. Michael Moore racconta così la sua filosofia cinematografica, che lo ha spinto ad intraprendere una straordinaria carriera di documentarista che nel suo ultimo lavoro, Capitalism: a love story, sembra riuscire a raggiungere un climax sia sotto il profilo cinematografico che sociale e politico. Il miglior documentario diretto da Michael Moore è un viaggio in un’America devastata dallo scandalo dei cosiddetti mutui subprime e lacerata da una crisi economica in cui Wall Street è la protagonista di un vero e proprio colpo di Stato ai danni del resto degli Stati Uniti.

Qual è la funzione del cinema?

Quella di parlare a miliardi di persone e di creare un dibattito e una discussione. Io credo soltanto nell’azione collettiva e nella mobilitazione. L’azione personale del singolo è solo un’illusione in cui non credo affatto. O meglio: se non amo una particolare azienda per quello che fa, non compro i suoi prodotti, perché mi fa stare meglio. So bene che la mia scelta personale non serve a nulla ed è per questo che, invece, ho scelto di esprimermi attraverso un mezzo come il cinema, che mi mette in contatto con milioni di persone per raccontare loro le storie di cui sono testimone.

Il cinema può cambiare il mondo?

Credo proprio di sì: Fahrenheit 9/11 non ha avuto un grande impatto nel breve periodo. C’è voluto un po’ di tempo perché si radicasse nella nostra cultura. Sono stato il primo a sparare contro George W. Bush e a prendermi il rischio di fare un film per il quale sono stato criticato e maltrattato dalla maggioranza delle persone. Facendolo, però, ho fatto in modo che anche altri iniziassero a scrivere e a fare film sull’amministrazione Bush. Sicko sta dando oggi un contributo significativo al dibattito sulla sanità che si sta sviluppando negli Usa. Il cinema serve a formare la coscienza delle persone e a raccontare le loro storie.

Nel corso della sua carriera, lei è diventato un’icona: avverte una certa pressione sul suo lavoro?

Sinceramente no. Non avverto alcuna particolare pressione se non quella di rispettare il pubblico che guarda i miei film e le persone che si rivolgono a me per raccontare i loro drammi. In Capitalism: a love story la prima sequenza è quella di uno sfratto di una famiglia rovinata dai mutui. Non l’ho girata io: me la sono trovata una mattina nella mia cassetta della posta. Ricevo cose del genere ogni giorno: dvd, videocassette insieme a semplici lettere di persone che mi scelgono come testimone delle loro sofferenze. C’è tanta gente che mi chiede aiuto in America e questo è il mio fardello personale: dover conoscere in prima persone le pene e la disperazione di persone che, come me, vivono nella nazione più ricca del mondo. Per me è molto difficile non sentirmi profondamente coinvolto da quello che mi viene raccontato e da ciò che io stesso decido di mostrare agli spettatori. Il mio obiettivo è quello di mostrare  storie complesse e difficili riuscendo ad intrattenere il pubblico, mantenendo saldo il mio senso dell’umorismo. Ridere è l’unica maniera per non esplodere, allentando un po’ la tensione e scaricando l’inquietudine. Lo humour è fondamentale per me e per il mio cinema.

Come riesce a mantenere la sua indipendenza?

Faccio film che costano tra i due e i sei milioni di dollari, dei quali riesco a mantenere un controllo pressoché totale e che si rivelano molto profittevoli. L’incasso totale di Fahrenheit 9/11, contando tutti i biglietti staccati nel mondo e le vendite televisive e in dvd, è stato di mezzo miliardo di dollari. Così, qualsiasi studio è interessato a produrre quello che faccio, perché il mio cinema produce soldi senza perderne. La mia indipendenza è tutelata dalla formula che ho scelto per esprimermi e nella quale mi sento più a mio agio. Finché avrò successo dal punto di vista economico, potrò restare seduto al tavolo delle grandi distribuzioni e produzioni ed essere libero di scegliere.

Capitalism si conclude con una sequenza commovente di Franklyn Delano Roosevelt che parla alla nazione. Come l’ha trovata?

Tutti gli americani che la vedono piangono: Barack Obama potrebbe diventare il Roosevelt del ventunesimo secolo se avrà la forza e il coraggio sufficienti. Io intendo sostenerlo in questo cammino così come il resto degli americani. Per questo motivo ho mandato la mia squadra di ricercatori presso la famiglia Roosevelt e il suo archivio per trovare le immagini di quello straordinario discorso. Ci hanno detto che non esistevano, ed è in questi momenti che so di dovermi dare una mossa per ritrovarlo, cosa che, invece, è accaduta nella Carolina del Sud. Oggi questo materiale d’archivio appartiene al mondo e ci fa rimpiangere al pensiero di come avrebbe potuto essere diversa la nostra storia se solo avessimo seguito le idee esposte in quel discorso.

 

 

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