Speciale Venezia
Intervista – Giuseppe Capotondi
LONTANO DALLA LUCE DEL SOLE
diMario
Opera prima dalle atmosfere polanskiane, “La doppia ora” – in concorso – vede l’inedita e intensa coppia Filippo Timi-Ksenia Rappoport in un film di genere misterioso e imprevedibile.

 

Prodotto dalla Indigo Film, La doppia ora segna l’esordio alla regia per Giuseppe Capotondi, affermato regista pubblicitario e di videoclip che si misura con una storia complessa e dal tono enigmatico, tratta da una sceneggiatura vincitrice del Premio Solinas. Protagonisti sono un uomo e una donna, interpretati da Filippo Timi e Ksenia Rappoport, che si incontrano in un albergo, con quest’ultimo che diventa lo sfondo di un racconto dai toni inquietanti e misteriosi. “Ho sempre avuto il desiderio di dirigere un film come questo”, spiega Capotondi. “Il cinema mi interessa perché desidero raccontare delle storie in cui credo. È anche vero, però, che per farlo ho dovuto superare la diffidenza spesso vissuta nel mondo del cinema nei confronti di chi, come me, proviene dalla pubblicità. Lo stesso, però, accade nei confronti dei registi che dal cinema vengono a dirigere degli spot pubblicitari”.

Lei però è qui a sfatare questo stato di cose: il suo è infatti un esordio immediatamente selezionato per il concorso della Mostra di Venezia…

Beh, questa sì che è stata una grandissima sorpresa. Nessuno di noi si attendeva qualcosa del genere. Sarei stato già molto contento se il film fosse stato preso in una sezione collaterale. È un sogno incredibile, che mi spaventa anche un po’.

In concorso con un film di genere: cosa la attirava della sceneggiatura?

Sono rimasto immediatamente colpito dalla sua natura di thriller psicologico. Un tipo di film legato al cinema di genere, che in Italia non viene più realizzato a parte delle rarissime eccezioni. Mi piaceva il fatto che, essendo “di genere”, si trattasse di una cosa un po’ diversa da quelle che vediamo di solito, attraverso la quale abbiamo provato a raccontare qualcosa di più profondo.

Ovvero?

La sofferenza e la frustrazione che derivano dall’impossibilità del cambiamento. Passiamo la vita a provare a diventare migliori e poi, per una ragione o per l’altra, qualcosa accade e ci riporta indietro al punto di partenza. Il nostro desiderio era quello di realizzare un film divertente che lasciasse il tempo, allo spettatore, di pensare per cinque minuti e non di più.

Qual è stato il suo approccio alla tempistica del lungometraggio rispetto all’esperienza di spot e videoclip?

Fino ad ora mi sono sentito spesso costretto a concentrare il racconto in pochi minuti, soffrendo un po’ per le limitazioni temporali. Un lungometraggio, invece, mi ha permesso di trovare il tempo e il modo più appropriati per costruire una narrazione dove non si perdessero la tensione e l’intensità del momento.

Come ha scelto gli attori?

Avevo già visto Filippo Timi in diversi film e mi sembrava davvero molto bravo: in più è un interprete che aveva il perfetto physique du rôle richiesto dalla pellicola. Ksenia, poi, è una delle migliori attrici nel panorama italiano.

Come tutti i grandi attori, sembrano entrambi essere accomunati da una grande ambiguità…

Sì, la caratteristica che li contraddistingue è una grande sfaccettatura emotiva, perfetta per personaggi difficili come quelli descritti ne La doppia ora. La cosa più interessante era poter donare ai protagonisti sfumature e aspetti molto diversi e mutevoli. Nel film si respira un’atmosfera particolare grazie ai loro volti e alle loro espressioni, che portano immediatamente lo spettatore da qualche altra parte. In più, ci è stata data una grande mano dalle ambientazioni all’interno di un albergo e dal tempo meteorologico: non volevo un raggio di sole durante tutte le riprese in esterna e sono stato molto fortunato – non si vede mai la luce del sole! Questa serie di coincidenze mi ha aiutato a ricreare un po’ delle atmosfere alla Polanski: per riuscirci ho rivisto insieme alla troupe e al cast alcuni grandi classici di questo regista straordinario.

Parliamo dell’albergo…

Originariamente, nella sceneggiatura, la storia era ambientata in un autogrill. Siamo stati fortunati, in un certo senso, perché alla fine non ci è stato concesso di girare lì e così siamo stati costretti a sceglierci un’altra location. Abbiamo quindi realizzato il film all’interno di un vecchio hotel un po’ dimesso e abbiamo girato in un piano che non viene mai utilizzato: adoro il senso di claustrofobia che ti comunica un albergo, un luogo chiuso dove può avvenire qualsiasi cosa. Una visione del posto che mi deriva anche dall’esperienza personale: ho viaggiato molto per lavoro e così ho potuto conoscere moltissimi alberghi.

Un’esperienza che le piace?

Molto, perché spesso, entrando in una reception o in una camera, mi sembra di trovarmi all’interno di una puntata di Ai confini della realtà. È un piccolo mondo chiuso, molto interessante perché apparentemente lontano dal nostro tempo e dal nostro spazio. Prediligo gli hotel un po’ fânés, che ti restituiscono un certo tipo di atmosfera. In un film come La doppia ora, l’opportunità di girare in lungo e in largo all’interno di un ambiente chiuso ti offre la concreta opportunità di ricostruire un universo dove tutto può accadere e dove, come regista, ciò che accade è sempre sotto il tuo totale controllo.

 

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