Intervista – Luca Lionello
|
| di Franco Montini |
| Candidato al David di Donatello per la parte del precario in “Cover boy”, l’attore romano sorprende per la capacità mimetica e l’eterogeneità dei ruoli. Nel prossimo futuro, Fragasso e Abel Ferrara. |
Strappare una nomination ai David di Donatello con un piccolo film che, nonostante gli innumerevoli riconoscimenti, non ha avuto grande visibilità è davvero un’impresa titanica, quasi una mission impossible, tuttavia è proprio ciò che è riuscito a Luca Lionello con Cover boy. “Essere entrato nella cinquina come miglior attore non protagonista – commenta l’interessato – è stato davvero gratificante, proprio perché non sono stati molti gli spettatori del film di Carmine Amoroso. Ma devo confessare, senza falsa modestia, che non appena mi è capitato fra le mani il copione di Cover boy mi sono accorto immediatamente che si trattava di una storia bellissima, che prometteva di diventare un grande film. Il fatto che poi le riprese siano slittate di due anni rispetto a quanto inizialmente previsto, che la lavorazione sia stata difficile, che i fondi a disposizione siano stati tagliati, paradossalmente ha aiutato il risultato finale, perché sono convinto che l’arte nasca attraverso la sofferenza e per Cover boy sia il regista che io abbiamo davvero sofferto moltissimo”.
Il film ha cambiato la sua carriera di attore?
Sicuramente e molto più di ogni precedente film, compreso un kolossal come The passion di Mel Gibson, dove interpretavo Giuda. I bei film cambiano effettivamente la carriera di ogni attore che, spesso, dipende più dalla fortuna che dal talento. Ugo Tognazzi, con il quale ero in grande confidenza anche perché sono cresciuto insieme a suo figlio Gian Marco, mi diceva che il suo successo era dovuto più che altro ad interminabili botte di culo!
In Italia gli attori sono solitamente congelati in un ruolo. La sua attività, al contrario, è caratterizzata dalla presenza di personaggi molto diversi fra loro. Si tratta di una scelta precisa?
Il bello di questa professione è poter interpretare tanti diversi ruoli; personalmente, solo passando da personaggi agli antipodi riesco a divertirmi e cerco di farlo il più spesso possibile. Questo lavoro dà anche la possibilità di morire tante volte: io l’ho già fatto spesso e, può sembrare strano, ogni volta è una sensazione unica.
La preparazione tecnica per affrontare un personaggio è sempre la stessa o cambia da film a film?
Cambia ogni volta anche perché, quasi sempre, sono diverse le condizioni e i tempi. Per Cover boy ho avuto due anni di tempo per prepararmi al ruolo e, anche se nel frattempo ho fatto altro, qualcosa nel mio cervello continuava a lavorare su quel personaggio. Nel film che sto girando in questi giorni, Le ultime 56 ore di Claudio Fragasso, sono arrivato sul set due minuti prima che venisse battuto il primo ciak. Quindi il lavoro in questi due casi è stato necessariamente diverso. Nel film di Fragasso, regista con il quale fra cinema e televisione avevo già lavorato sei volte, interpreto il ruolo di un vicequestore che si occupa di trattative per salvare degli ostaggi, insomma un negoziatore. Le ultime 56 ore è ispirato ad una tragica storia vera, tenuta nascosta e che sicuramente susciterà un mare di polemiche. Il film è girato a Catania e nel cast ci sono Barbora Bobulova, Simona Borioni, Gian Marco Tognazzi, Luigi Maria Burruano.
Prima del film con Fragasso, lei ha lavorato con Abel Ferrara in Napoli, Napoli, Napoli che si dice in predicato per la prossima Mostra di Venezia. Che esperienza è stata?
Per Ferrara il copione è solo una traccia, una coperta d’estate che non serve molto e di cui si può anche fare a meno. Con Ferrara il copione spesso evapora e il lavoro sul set è invenzione ed improvvisazione. In Napoli, Napoli, Napoli sono un camorrista che riceve l’ordine di uccidere il suo più caro amico; anche se con la morte nel cuore, non posso sottrarmi a quest’ordine. La sceneggiatura è firmata da Maurizio Braucci, fra gli autori di Gomorra, e racconta la drammatica realtà partenopea dei nostri giorni. Una realtà che abbiamo vissuto direttamente sulla nostra pelle perché una sera, mentre giravamo una scena nei quartieri Spagnoli, davanti alla casa di un boss di cui ignoravamo l’esistenza qualcuno ha cominciato a sparare. Non ci sono state conseguenze tragiche, ma poteva finire molto peggio.
Nei suoi film colpisce la sua capacità mimetica: da un film all’altro lei è fisicamente quasi irriconoscibile. Come ci riesce?
Il segreto è molto semplice: quando interpreto un ruolo io giro con gli stessi soldi in tasca che, presumibilmente, possiede il personaggio, cerco di camminare come lui, vestirmi come lui, soprattutto mangiare come lui. Dopo qualche giorno, proprio a causa del cibo, tendo naturalmente a trasformarmi. È un’esperienza un po’ schizofrenica, me ne rendo conto e lo è sopratutto per le persone che mi vivono accanto, a cominciare da mia moglie ma, per fortuna, anche lei è un’attrice e quindi mi può comprendere. La verità è che per un attore l’unica vita reale è la finzione: è una specie di condanna per chi intende vivere fino in fondo il mestiere. Del resto, lo avevo già sperimentato come figlio vivendo accanto a mio padre Oreste. Lui riusciva a vivere pienamente, ad essere se stesso solo quando era nel suo camerino, fra le parrucche e i nasi finti. Sdraiato su una brandina riusciva anche a dormire placidamente, cosa che, nel comodo letto di casa, gli riusciva difficilmente.
Un’ultima domanda: se avesse una bacchetta magica, cosa regalerebbe al cinema italiano?
La cosa di cui, mi pare, abbia più bisogno in questo momento: sperimentare, sperimentare, sperimentare.