IL CANTO DI PALOMA |
| di Claudia Llosa |
| Titolo originale: La
teta asustada Sceneggiatura: Claudia Llosa Fotografia: Natasha Braier Montaggio: Frank Gutierrez Scenografia: Susana Torres, Patricia Bueno Interpreti: Magaly Solier, Marino Ballón, Susi Sánchez, Efraín Solis, Bárbara Lazón Produzione: Wanda Visión, Oberon Cinematogràfica, Vela Producciones Distribuzione: Archibald Perù/Spagna 2008 colore 94’ |
Que viva el Peru. Al primo Orso d’oro nella storia del suo cinema e grazie a una giovane donna. Claudia Llosa, classe 1976, sorrideva con le lacrime all’annuncio del massimo premio berlinese, deliberato all’unanimità. Con Il canto di Paloma, sua opera seconda dopo l’esordio Madeinusa (già pluri-decorato ma con premi non dello stesso rango), ha percorso la via del coraggio poetico fino in fondo. Non solo: si è esposta a fotografare un soggetto a forte rischio interpretativo, specie presso sguardi non attenti alla critica bensì all’effetto mediatico-esotico, se non pruriginoso. Una scelta consapevole (e magari non troppo innocente) che tuttavia, se allontanata dai pressapochisti, risulta importante per la stratificazione di senso che racchiude e che nel film bene esprime, a partire dal titolo originale, La teta asustada, la mammella dolorante.
Fausta, ventenne inca che vive in un povero villaggio periferico di Lima, assiste alla morte della madre. Avvolta da un silenzio surreale, l’anziana offre l’estremo saluto alla figlia intonando una nenia tradizionale. Nelle parole in lingua quechua le disvela il mistero della condizione di Fausta, frutto di uno stupro e per questo ereditiera della “teta asustada”, una forma di depressione mista a paura trasmessa via latte materno. Molte donne peruviane, vittime del tragico concatenarsi di violenze sessuali durante il periodo della dittatura, hanno sviluppato questa convinzione, in cui la realtà sembra superare la più drammatica fantasia. E non solo. Il timore dello stupro a sua volta sulle figlie ha indotto queste ultime a introdursi un tubero nella vagina, protezione anche da eventuali gravidanze indesiderate. Una pratica incurante della più elementare norma d’igiene, manifestazione di un terrore ancestrale radicale e radicato nella psicologia sociale di quel territorio. Anche Fausta convive con un tubero protettivo, e germogliante. La ragazza, bella come un dipinto di Gauguin, vuole dare degna sepoltura alla madre ma ne è economicamente impossibilitata. Per questo trova la forza di lavorare come cameriera a Lima, nella villa di una ricca pianista. La vita inizia a suggerirle che è tempo per lei di guarire ed aprirsi alla libertà, prima di tutto estromettendo il tubero.
Film girato con maestria e gusto, Il canto di Paloma vive di puro realismo magico tra immagini e suoni penetranti. C’è una forza che supera i dialoghi – peraltro scarsi – e questa nasce interamente dalla ricchezza comunicativa di un linguaggio cinematografico incidente e consapevole. Un mondo fuori dallo spazio e dal tempo quello del Perù di provincia, rimasto antico nei volti e nei rituali dei suoi abitanti, solenni con lo sguardo e struggenti con il canto. E quello, magnifico, di Fausta si trasforma da litania del dolore ad espressione di gioia: simbolo di tutte le donne peruviane, e non solo, che sono riuscite a scegliere la vita, nonostante tutto.
Anna Maria Pasetti