ACHILLE E LA TARTARUGA |
| di Takeshi Kitano |
| Titolo originale:
Akires to came Sceneggiatura: Takeshi Kitano Fotografia: Katsumi Yanagijima Montaggio: Takeshi Kitano, Yoshinori Ota Musiche: Yuki Kajiura Interpreti: Beat Takeshi, Kanako Higuchi, Yurei Yanagi, Kumiko Aso Produzione: Office Kitano Inc. Distribuzione: Ripley’s Film Giappone 2008 colore 119’ |
Chi si rivede! Dopo l’incidente che gli ha bloccato il volto in un’espressione contrita e una crisi professionale concretizzatasi in dissertazioni semi autobiografiche che hanno fatto felici solo i fan più incalliti, Takeshi Kitano è tornato ad un cinema più narrativo, ancorché disseminato di gag, improntato a una riflessione tragicomica sul senso dell’arte e l’individuazione del talento. Ovvero della “tartaruga” del paradosso di Zenone, che Achille non riesce mai a raggiungere seppure per distanze infinitesimali, come sintetizza l’animazione iniziale stile “Superquark”.
Nel film, molto applaudito nel concorso di Venezia 2008, si narra l’amara parabola esistenziale di Machisu, figlio unico di un ricco collezionista, che si sente votato all’arte non fosse altro per l’incoraggiamento del padre, dei pittori e mercanti d’arte che affollano la casa. Finché dura: il padre subisce un tracollo finanziario e si suicida assieme alla geisha; la madre, meschina, prima di fare altrettanto lo lascia alle poco amorevoli cure degli zii, che all’inizio reprimono la sua vocazione. Adolescente, lavora e frequenta la scuola d’arte assieme ai compagni, come lui alla ricerca di un’espressione e di uno stile compiuto: non bisogna fermarsi all’imitazione dei maestri bensì cercare una propria strada – in questa fase, a tratti, siamo ai limiti del demenziale. Adulto, ormai sposato con una donna comprensiva a paziente, (mal) consigliato da colui che dovrebbe venderne le opere, studierà e imiterà i maestri e poi cercherà invano uno stile personale, dopo esser stato “destrutturato” nel talento giovanile: con toni ora fantozziani (la differenza è che la figlia, derisa dai compagni per le stramberie dei genitori, si vergogna e li pianta in asso, per poi prendere una brutta china) ora macabri – quant’è cupo l’umorismo nipponico! – e rischiando più volte la pelle tra un body painting e una total art, soltanto al termine del proprio percorso artistico troverà la sospirata serenità e un minimo di appagamento, seppure a caro prezzo.
In fase crepuscolare, Kitano si fa ponderoso e profondo, matura una consapevolezza molto amara sul talento e sui limiti delle proprie capacità, spettacolarizzando una crisi esistenziale in chiave terapeutica, con una fotografia coloratissima e molteplici spunti accattivanti.
L’attore “Beat” Takeshi è sempre più affine, nell’espressione e nelle movenze, a Buster Keaton, sopportando con stoica rassegnazione le prove più incredibili, uscendone ammaccato ma intero, divertendo anche se a denti stretti. Una narrazione che nella seconda parte cede il posto a un accumulo di gag, ma che rappresenta una prova compiuta di (auto)biografia pop, sebbene distante dalle opere che lo hanno reso celebre in Occidente, da Sonatine a Hana-Bi, da L’estate di Kikujiro a Dolls.
Mario Mazzetti