Intervista - Volfango De Biasi
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| di Franco Montini |
| Rilettura contemporanea e in chiave di commedia della tragedia di Shakespeare, “Iago” vede protagonisti in una Venezia da favola Vaporidis e la Chiatti. |
Più che un adattamento modernizzato di Otello, Iago, secondo lungometraggio di Volfango De Biasi, è una reinterpretazione, basata su una completa riscrittura della tragedia scespiriana, utilizzata solo come spunto. Del resto il titolo stesso del film denuncia chiaramente l’intenzione di ribaltare le prospettive del racconto e il senso del testo originale.
“L’Otello di Shakespeare – chiarisce De Biasi, reduce dal successo di Come tu mi vuoi – è il dramma della gelosia per antonomasia; il mio film, invece, è una favola sulla rivolta e la ribellione. Il mio protagonista, Iago, è un ragazzo che reagisce ai soprusi e al nepotismo per affermare i propri diritti, scatenando una lotta senza quartiere, intessendo una rete di inganni e menzogne per recuperare ciò che gli spetta”.
Insomma, pare di capire che nel film Iago non è affatto il subdolo, malvagio, infingardo traditore scespiriano, ma assume valenze decisamente positive.
“Il tono del film è volutamente ambiguo: non ci sono distinzioni nette fra bene e male, di certo di Iago valutiamo le ragioni e spieghiamo il comportamento. Tengo tuttavia subito a precisare che dalla dimensione della tragedia, il film si sposta in una dimensione di commedia. Del cruento spargimento di sangue del testo originale nel film non c’è traccia. Insomma, Iago non è un’operazione nello stile di Romeo+Giulietta di Baz Lurhmann, che trasferiva il testo di Shakespeare in un’ambientazione moderna, post punk, ma mantenendone intatto il significato. Qui c’è un completo ribaltamento rispetto all’originale”.
Per la precisione, il film di De Biasi è ambientato ai giorni nostri nella facoltà di Architettura di Venezia. Iago è un laureando di umili origini e di grande talento, defraudato del proprio lavoro da Otello, figlio di un architetto di fama, amico del rettore della facoltà. E così Otello ottiene l’incarico di responsabile nel progetto di allestimento della Biennale che sarebbe dovuto toccare a Iago, soffiandogli anche la bellissima Desdemona. Furioso per quanto accaduto, Iago decide quindi di vendicarsi.
Mi pare che l’unico elemento rispettato dell’Otello sia l’ambientazione veneziana…
“Solo in parte: la tragedia di Shakespeare parte da Venezia ed approda a Cipro; il mio film comincia e finisce in laguna. La scelta di girare a Venezia, che ha inevitabilmente moltiplicato le difficoltà per riprese, spostamenti, permessi e quant’altro, era tuttavia necessaria perché, come ho già detto, Iago non è affatto un film realistico, ha il carattere di una favola e Venezia, proprio in quanto città teatrale, una sorta di grande palcoscenico a cielo aperto, esaltava il carattere che volevo dare alla pellicola. Ma la Venezia del mio film è vista anche come fosse New York, ovvero una città dove tutto può accadere e dove si incontrano rappresentanti della più svariata umanità. Pur essendo ambientato nel presente, considero Iago un film in costume, pieno di rimandi al mondo letterario ed artistico. Il film è pieno di suoni e colori, con molte scene ricche e sontuose; in particolare, c’è una festa in maschera con cento ballerini che si esibiscono in una complessa coreografia”.
Per i ruoli di protagonisti hai scelto i divi del filone giovanilistico.
“Iago è interpretato da Nicolas Vaporidis, che avevo già diretto in Come tu mi vuoi e che, a dispetto di certa critica maligna, ritengo un ottimo attore. So già che qualcuno dirà che un attore di commedia come Vaporidis non può recitare Shakespeare, ma personalmente sono molto contento della sua prova. Desdemona è Laura Chiatti, scelta quasi obbligata perché il personaggio deve colpire immediatamente per il suo fascino. Otello è Aureliane Gaya, un giovane attore francese che, per partecipare al film, ha imparato l’italiano in poche settimane. E poi accanto ad altri giovani interpreti – Lorenzo Gleijeses, Fabio Ghidoni, Giulia Steigerwalt – c’è la presenza prestigiosa di Gabriele Lavia, nel ruolo del Rettore. Avere con noi l’interprete italiano più scespiriano che esista, che ha portato Otello a teatro come protagonista e come regista, ci ha molto confortati; ha significato una sorta di benedizione su tutta l’operazione”.
Accennavi prima a certa malignità della critica: hai qualcosa da rimproverare ai recensori del tuo primo film, che è stato un successo di pubblico?
“Nulla di personale. Semplicemente ho l’impressione che i critici giudichino i film sempre con lo stesso metro di giudizio; personalmente credo, invece, che non ci si possa accostare a Gomorra, che reputo un capolavoro, e ad un film di genere con lo stesso atteggiamento. Le ambizioni e gli scopi dei film sono sempre molto diversi, ma noto spesso un’acrimonia inspiegabile nei confronti di certe operazioni. So che potrebbe capitare anche con Iago, ma se a Topolino è consentito raccontare La divina commedia perché a De Biasi dovrebbe essere impedito di raccontare Shakespeare a proprio modo?”