KATYN |
| di Andrzej Wajda |
| Sceneggiatura:
Andrzej Wajda, Przemyslaw Nowakowski, Wladyslaw Pasikowski dal romanzo di
Andrzej Mularczyk Fotografia: Pawel Edelman Montaggio: Milenia Fiedler, Rafal Listopad Musiche: Krzysztof Penderecki Interpreti: Maja Ostaszewska, Wiktoria Gasiewska, Andrzej Chyra, Magdalena Cielecka Produzione: Akson Studio, TVP, Polski Instytut Sztuki Filmowej, Telekomunikacja Polska Distribuzione: Movimento Film Polonia 2007 colore 117’ |
Tre milioni di persone hanno visto in Polonia Katyn, uno di quei film necessari che servono a saldare i conti con la storia, a restituire giustizia e dignità. Anche su un piano personale. Andrzej Wajda, nato il 6 marzo del 1926 a Suwalki, era figlio di Jakub Wajda, capitano di fanteria che morì nel massacro insieme ad altri 22mila ufficiali e civili. Sua madre, come racconta lo stesso regista, continuò ad aspettarlo fino alla fine dei suoi giorni. Questa tragica esperienza, una delle pagine oscure della Seconda Guerra Mondiale, usata come strumento di propaganda sia dai nazisti che dai sovietici, è divenuta un’opera dalle immagini classiche e potenti, sottolineate dalle musiche di Penderecki. Un’opera notata dall’Academy, che la selezionò tra i candidati all’Oscar per il film straniero, scelta sia dal Festival di Berlino che da quello di Torino. Ora, infine, nelle sale italiane.
Per l’anziano cineasta, già vincitore di un Oscar e di un Orso alla carriera, si tratta di un progetto per molti versi cruciale, del film di una vita: “Per molto tempo il massacro di Katyn è stato il segreto meglio conservato dalla censura dell'Urss. Solo dopo la fine della guerra fredda, quando la Polonia è divenuta un paese libero, è stato possibile aprire gli archivi, dove sono conservati i dossier di tutti gli ufficiali eliminati per ordine di Stalin e sepolti in fosse comuni nella foresta, dove vennero seppellite anche molte vittime delle purghe staliniane di nazionalità russa”, dice Wajda. L’autore di film come L’uomo di marmo e Kanal ha aspettato a lungo prima di dare vita a questo progetto, ispirato al libro di Andrzej Mularczyk intitolato Post mortem, e ha deciso di parlare soprattutto delle donne coinvolte nell’eccidio, che hanno passato anni a leggere la lista dei caduti non lasciando nulla di intentato per riavere i loro cari. Così la protagonista del film, per un equivoco, crede che il marito sia ancora vivo e che sia invece morto il migliore amico di lui. Ma sono centinaia e centinaia le mogli e i figli che continuano ad aspettare una notizia, una risposta, un certificato di morte, a cercare un nome in una lista.
Un dramma personale che
diventa tragedia collettiva per la nazione polacca. In quei giorni un’intera
classe dirigente venne liquidata con un colpo di pistola alla nuca. “Tra loro
c’erano giuristi, ingegneri, artisti, intellettuali: per i sovietici la loro
eliminazione fisica era il modo migliore di sottomettere la Polonia, che del
resto era stata cancellata dalla carta geografica d’Europa di comune accordo con
i tedeschi”. Frutto del patto Molotov-Ribbentrop, che consegnò il paese a Stalin
il 17 settembre 1939, quella carneficina non restò d’altra parte isolata. Le
mogli e i figli degli ufficiali venivano deportate a Est, mentre l’università di
Cracovia era stata spazzata via in un solo giorno dal nazisti. Wajda racconta
tutto questo in modo meticoloso ma sapiente anche nel toccare le corde
dell’emozione e dell’indignazione. Rigorosa (nonostante qualche polemica da
parte dei russi) la documentazione: il regista ha lavorato non solo sulle carte
ufficiali, conservate negli archivi polacchi, americani e britannici (quelli
russi restano tuttora inaccessibili), ma anche sui diari e le lettere, ed è
proprio al ritrovamento di un diario che il film affida una cospicua parte del
plot. È infatti proprio nelle confessioni private che troviamo le circostanze
più laceranti e simboliche. Come quelle bandiere polacche che venivano strappate
in due. Così, mentre il rosso tornava a sventolare sui palazzi, il bianco finiva
negli scarponi dei soldati sovietici, usato per scaldarsi i piedi.
Cristiana Paternò