Intervista – Cover story – Gabriele Salvatores
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| di Barbara Corsi |
| Girato in Friuli, “Come Dio comanda” è il secondo adattamento di un romanzo di Ammaniti dopo “Io non ho paura”: ancora un rapporto padre-figlio viscerale, dove si insegna l’odio con amore… Timi, Germano, De Luigi e il giovane Caleca i protagonisti. |
Dopo la felice esperienza di Io non ho paura, romanzo e film di successo, Gabriele Salvatores porta per la seconda volta sullo schermo un romanzo di Niccolò Ammaniti, Come Dio comanda, vincitore del Premio Strega 2007. Anche qui si parla di rapporti fra padri e figli in un ambiente marginale dove fatalmente matura un delitto, ma il carattere dei personaggi è decisamente diverso rispetto all’altro romanzo. Rino, il padre interpretato da Filippo Timi, è un disoccupato che vive col figlio adolescente Cristiano (Alvaro Caleca), educandolo secondo principi razzisti e reazionari, ma amandolo con tutto se stesso. Le loro uniche frequentazioni sono l’assistente sociale che li segue (Fabio De Luigi) e l’amico Quattroformaggi (Elio Germano), un disadattato che raccoglie materiale di recupero nelle discariche. In una notte di tregenda, gravida di pioggia e di sangue, i loro destini prenderanno una piega inaspettata.
Come ha lavorato con gli altri sceneggiatori, Antonio Manzini e lo stesso Ammaniti, per tradurre in immagini il fluviale romanzo di 500 pagine?
Abbiamo dovuto sacrificare molte parti del romanzo, che contiene un numero impressionante di personaggi e di storie. Eliminando molte cose è emerso ancora più forte il nucleo centrale, che mi interessava particolarmente, del rapporto fra un padre violento, Rino, e suo figlio Cristiano. Se in Io non ho paura i rapporti fra padre e figlio erano fatti di bugie e silenzi e la cornice era un luogo molto caldo del Sud Italia, qui al contrario la temperatura emotiva è molto alta, anche se siamo nel Nord Est, ai piedi delle montagne.
Lei ha paragonato il rapporto fra Rino e Cristiano a quello di un lupo con il suo cucciolo: in che senso?
I lupi adulti hanno uno straordinario legame di amore e protezione verso i cuccioli, che sono veramente patrimonio del branco. Allo stesso modo quello fra Rino e Cristiano è un rapporto ancestrale e come tutte le cose che si riferiscono alla natura e all’istinto, ha delle cose sbagliate e tante cose giuste. Il padre insegna al figlio a difendersi, a vedere il mondo come una specie di giungla dove sei da solo e devi tirare fuori i denti per primo – cosa non molto lontana dalla realtà, in effetti. Dice delle cose insopportabili, è intimamente violento ma ha un cuore grande ed è capace di fare cose importanti per suo figlio: insegna l’odio con molto amore. Padri più razionali e democratici di lui forse non hanno mai stretto in un abbraccio il proprio figlio, non gli hanno fatto sentire il calore del proprio corpo. Rino è proprio l’opposto, è una persona che dice molte cose sbagliate ma è anche capace di amare molto. Invidio un po’ l’amore che c’è fra lui e suo figlio.
Sembra che il rapporto padre-figlio nei suoi ultimi film sia un punto di vista privilegiato per guardare il mondo…
Ho cominciato a fare cinema raccontando le storie dei miei amici che partivano per il Marocco, di soldati che creavano una specie di comune contro la guerra in Grecia: una serie di tematiche legate all’età. Adesso, avendo l’età biologica per essere ampiamente padre e non avendo un figlio, me lo sto crescendo cinematograficamente. In Io non ho paura il protagonista aveva 10 anni, questo ne ha 14 e sto lavorando a un progetto in cui il protagonista potrebbe averne 18. Il bello del cinema è che ti permette di vivere cose che nella vita non ti sono capitate; il brutto è che te le propone solo sullo schermo.
Il legame fra Rino e Cristiano è molto stretto e molto fisico. Come sono riusciti gli attori a ricreare questa intesa?
Filippo Timi ha saputo costruire un rapporto con Alvaro Caleca, un ragazzo di 14 anni che non aveva mai recitato prima, cominciando a insegnargli delle cose fisiche, come le acrobazie, fino ad arrivare a fare i compiti insieme. Quando si vanno a toccare certe corde emotive sullo schermo, bisogna che la recitazione si basi su un rapporto vero, sincero, soprattutto se si lavora con un ragazzo che non ha nessuna tecnica. Per questo ad Alvaro ho chiesto di mettere allo scoperto la sua sensibilità e di portare nel personaggio certe chiusure tipiche della sua età, e devo dire che lo ha fatto molto bene.
Con un termine un po’ desueto si direbbe che i protagonisti facciano parte di un “sottoproletariato urbano”, marginale e borderline. Cos’hanno di diverso questi personaggi rispetto ai Brutti, sporchi e cattivi di 30 anni fa?
Oggi sembra che il lumpenproletariat non esista più, in realtà la quantità di persone che non trovano posto nella società aumenta. I proletari di 30 – 40 anni fa avevano dietro un passato riconoscibile, riferimenti culturali più o meno giusti, e l’idea di poter cambiare condizione. Quelli di oggi sembrano un po’ i personaggi di Beckett, persi in una landa desolata e senza futuro.
Pensa che Rino, con la sua ideologia razzista e la sua ignoranza, sia in qualche modo rappresentativo di un’involuzione culturale e sociale che riguarda l’Italia?
Il discorso è interessante, però devo essere sincero: nel film le connotazioni politiche del personaggio servono per arrivare a definire subito un “cattivo” senza ombra di dubbio. La sua ideologia è segno di un disadattamento molto forte e il suo odio nasce dalla rabbia di non avere trovato un posto nella società. Rino si sente espropriato del proprio lavoro, della possibilità di restare nella terra dove è nato, e odia gli immigrati perché gli portano via il lavoro. Ultimamente in Italia questo disagio sta prendendo forme preoccupanti per come viene usato e strumentalizzato. Ma il film non indaga sulla nuova destra né sul perché uno decide di proclamarsi razzista. L’indagine è più psicologica che sociologica e riguarda il rapporto padre-figlio: un padre-padrone con quelle idee è molto più forte di un homeless privo di idee politiche. Come in certe opere di Shakespeare, il padre è un “re” che ha fatto qualcosa di tremendo, e il figlio deve confrontare con lui.
Il libro è dominato da un’atmosfera cupa e piovosa molto inquietante. Come l’ha resa nel film?
Il racconto si svolge in tre capitoli, tre atti scespiriani. Il primo presenta i personaggi e il loro mondo, ed è dominato dalla presenza della natura. Ho girato in Friuli perché a differenza di altri paesaggi del Nord Est più piatti e disperati, quello friulano, fatto di montagne, dighe, fiumi che si infilano sotto i sassi, ha una natura molto forte, che sembra potersi riprendere da un momento all’altro lo spazio strappatole per costruire città e fabbriche, e di fronte alla quale i personaggi diventano più piccoli. Poi piove, certo: nel secondo atto si scatena la tempesta sul bosco, in una sequenza notturna di circa 30 minuti, con poche parole e molta azione. Per girarla abbiamo passato 4 settimane nel fango e ci siamo versati addosso più di 65.000 metri cubi d’acqua. Dopo questa notte piena di avvenimenti e di paure antiche, dove si scatena l’irrazionale, spunta un’alba dolorosa che contiene in sé le possibilità di un’emancipazione. Nel terzo atto i personaggi cambiano, si sciolgono molti nodi e torna in primo piano il paesaggio, sia quello naturale che quello urbano, dove ci si può sentire molto più soli che sul picco di una montagna.
C’è una redenzione possibile per questi personaggi?
Non voglio rivelare il finale, che è diverso dal libro, ma sicuramente c’è il senso di una discesa nel buio e di una risalita. Il personaggio che per età e per ruolo ha più possibilità di cambiare, cambierà. Cristiano ha sempre visto suo padre come Dio, una persona a cui obbedire ciecamente, ma dopo questa notte comincerà a guardarlo semplicemente come un uomo. Scoprire che i tuoi genitori non sono Dio è un passaggio, a volte doloroso, che tutti dobbiamo affrontare per diventare adulti.