IL SOL DELL'AVVENIRE

di Gianfranco Pannone
Sceneggiatura: Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone dal libro di Giovanni Fasanelli e Alberto Franceschini
Fotografia: Marco Carosi
Montaggio: Erika Manoni
Musiche: Rudy Gnutti
Interviste: Alberto Franceschini, Paolo Rozzi, Tonino Loris Paroli, Annibale Viappiani, Roberto Ognibene
Produzione: Blue Film, Regione Lazio, Emilia Romagna Film Commission
Distribuzione: Iguana Film
Italia 2008 colore 77’

 

Argomento tabù, il terrorismo bierre, se è vero che Il sol dell'avvenire, presentato a Locarno nella sezione “Ici & Ailleurs”, ha messo in moto addirittura un ministro della Repubblica, pronto a chiedere la revisione del sistema di finanziamento con la creazione di una commissione che garantisca i parenti delle vittime dagli abusi del cinema. È un passato che non passa, quello degli anni di piombo, e forse proprio perché non se ne parla abbastanza onestamente, con la distanza di uno sguardo storiografico, seppure partecipe e non freddo, che tenga conto di tutte le posizioni in campo e anche, perché no, delle ragioni dei brigatisti. Una riflessione collettiva sugli anni ’70 nel loro complesso è più che mai urgente, secondo chi scrive, e le rimozioni o l’imperativo della correttezza politica non aiutano certo.

Per questo Il sol dell’avvenire di Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella, il giornalista autore del libro Che cosa sono le Br come di altri volumi, due dei quali dedicati proprio a dar voce alle vittime, è un film cruciale, che merita attenzione lucida e spazio di riflessione oltre gli isterismi. Certo, l’assunto è coraggioso e a tratti indubbiamente disturbante. Rimettere insieme i compagni dell’Appartamento di Reggio Emilia: tre brigatisti (Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli e Roberto Ognibene) e due amici che schivarono la clandestinità e che oggi lavorano rispettivamente nel Pd e nel sindacato (Paolo Rozzi e Annibale Viappiani). Farli ritrovare 40 anni dopo nella trattoria sulle colline emiliane dove nel ‘70 germinò il primo nucleo della lotta armata con i gruppi venuti da Trento e da Milano, in una sorta di congresso di fondazione. Mostrarli mentre mangiano e bevono, in una rimpatriata persino nostalgica tra vecchi amici, ormai tutti sessantenni e oltre, ma con il contrappunto doloroso di una lunga scia di cadaveri che le immagini finali non nascondono certo. Ma il punto è proprio questo. Fare un passo indietro e fotografare il momento del guado, il prima dell’uragano. Mettere a confronto la Reggio Emilia del ‘69, quella dove si formò, in rotta col Pci di Berlinguer, il gruppo dell’Appartamento, e la Reggio Emilia di oggi, con i dirigenti politici di sinistra che al telefono dichiarano di non ricordare, mentre ricorda benissimo l'ex democristiano Corrado Corghi.

È una bella invenzione del film, che non è solo documentazione come sempre il lavoro di Pannone (già autore del notevole Latina, Littoria) la costruzione di un personaggio, il ciclista Adelmo Cervi, figlio di uno dei sette fratelli trucidati dai fascisti che ci porta in giro in questa Emilia delle contraddizioni dove i morti sotto il governo Tambroni ancora non riposano in pace, dove le Coop sono diventate un impero, dove nei nomi delle strade resistono espressioni decadute dalla geopolitica mondiale come Urss e Stalingrado (Cavriago, il paese natale di Orietta Berti, ha ancora una Piazza Lenin) e dove il sound padano degli Offlaga Disco Pax lancia come un proclama l’onomastica alternativa di queste terre, tra orgoglio e suprema ironia. Del resto la tesi più “scomoda” del documentario – scomoda certamente a sinistra più che a destra – è quella del legame tra la nascita del terrorismo emiliano e il mito della Resistenza tradita. Passato che non passa.

Cristiana Paternò


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