Intervista - Marco Tullio Giordana
UN BALLO SONTUOSO E DISPERATO

di Barbara Corsi
Gli attori del regime Osvaldo Valenti e Luisa Ferida rivivono sullo schermo in “Sanguepazzo”, con i volti di Luca Zingaretti e Monica Bellucci. Un percorso artistico ed umano che farà discutere…

 

Sanguepazzo è un’espressione siciliana che indica una persona dalla testa calda, indisciplinata, incontrollabile e pericolosa. A Marco Tullio Giordana è sembrata la definizione più adatta ai protagonisti del suo film, i due attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che fra la fine degli anni Trenta e la metà degli anni Quaranta incarnarono personaggi dissoluti e crudeli, vivendo anche nella loro vita privata un analogo disordine. Entrambi cocainomani, sessualmente promiscui e trafficanti nel mercato nero, dopo l’8 settembre 1943 furono fra i pochi personaggi del cinema ad accogliere l’invito di Mussolini a trasferirsi nella Repubblica Sociale per rifondare una cinematografia fascista a Venezia. Pochi giorni dopo la liberazione, per i loro ambigui contatti con la famigerata banda Koch, i due attori furono fucilati con l’accusa di aver partecipato a torture contro i prigionieri partigiani.

Giordana aveva voglia di raccontare la storia della coppia Valenti-Ferida fin dal 1980, quando cominciò a scrivere la sceneggiatura insieme agli amici Enzo Ungari e Leone Colonna, entrambi scomparsi negli anni seguenti. Il progetto si presentò tuttavia di difficile realizzazione, per gli alti costi e l’argomento controverso. Solo dopo il successo de La meglio gioventù il regista ha potuto riprenderlo e portarlo a termine, scegliendo da subito Luca Zingaretti e Monica Bellucci per i ruoli dei due protagonisti. Accanto a loro, molti altri attori con cui Giordana ama lavorare, come Alessio Boni e Luigi Lo Cascio in un piccolo ma significativo ruolo. Prodotto da Angelo Barbagallo e RaiCinema, Sanguepazzo verrà presentato fuori concorso a Cannes e subito dopo uscirà in sala, suscitando forse reazioni contrastanti in un paese, come il nostro, ancora non pacificato su certe pagine della propria storia.

Teme eventuali reazioni o polemiche politiche?

Non mi interessa la collocazione di un’opera, trovo il metro della politica molto riduttivo. Questo è un film molto romanzesco, incentrato su una storia d’amore, e soprattutto un grande film popolare. Ognuno può immedesimarsi, farsi trascinare in questo ballo sontuoso e disperato, e alla fine formarsi un’opinione, un giudizio, o forse – meglio – un sentimento di quell’epoca. Assomiglia anche ai film che si facevano una volta e ora non si fanno più, perché il nostro sguardo si è come rimpicciolito.

A parte il caso pasoliniano, la Repubblica di Salò è un periodo storico poco indagato dal cinema italiano. Cosa l’ha spinta ad affrontarlo?

Ciò che è successo in quei tempi, in quelle zone, ha avuto una ricaduta enorme per la storia successiva del nostro paese, in qualche modo non ne siamo ancora usciti. Gli strascichi di una guerra civile incidono nella carne e nel sangue di un paese molto a lungo: forse è la tragedia più grande che possa capitare a un popolo. La voglia di raccontare quel periodo è stata una delle motivazioni che mi ha spinto a fare il film, insieme all’elemento di fascino – per me importantissimo – che è il cinema. Quella di Ferida e Valenti non è solo la storia di due persone nella tempesta della guerra alle prese con delle scelte difficili – e loro le presero tutte sbagliate –, ma anche il racconto della rinascita del cinema italiano, durante e dopo il fascismo. Io sono un appassionato di quel cinema e non mi è stato difficile ricostruire i teatri di posa di Cinecittà, le modalità di ripresa dell’epoca, per esempio con l’uso della presa diretta. Era un’industria cinematografica più piccola, che però non aveva nulla da invidiare a quella americana.

Che idea si è fatto di queste due controverse figure, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida? Fino a che punto furono coinvolti con gli ultimi, terribili atti del regime?

Penso che la lunga galleria di personaggi negativi che avevano interpretato nel cinema – lui l’uomo mefistofelico e perverso, lei la bellissima rovina-famiglie – abbia giocato contro di loro: non ci furono mai prove certe e incontrovertibili che avessero partecipato a torture contro i partigiani. Che fossero collaborazionisti è vero, ma che avessero torturato non è dimostrabile con sicurezza. Prima del 1943, Valenti era sempre stato tiepido col fascismo, non aveva alcun interesse per la politica. Probabilmente lui e la Ferida andarono al Nord nell’illusione di migliorare la loro carriera, ottenendo finalmente quei ruoli da protagonista che non avevano mai avuto, e che meritavano, essendo entrambi molto bravi. Non si resero conto dove andavano a infilarsi. Forse furono più “incoscienti” (è la parola giusta) che realmente colpevoli, e in ogni caso io ho cercato di capire la loro fragilità con un atteggiamento di pietà.

Oltre all’ambizione, quali sono i dati salienti del carattere di Valenti e Ferida che hanno attirato la sua attenzione?

C’è qualcosa nel loro carattere di molto attuale, che ha a che fare con il dna degli italiani. Questo insieme di vanità, infantilismo, incapacità di vedere il dato collettivo e pensare solo ai propri piccoli interessi, è proprio della natura degli italiani, che non pensano mai in termini di società ma di sfrenato individualismo. Il che ne fa magari dei grandi artisti, ma dei cittadini assolutamente imperfetti. In più, Ferida e Valenti hanno nel loro corredo il narcisismo degli attori, il culto di sé e del proprio corpo, giustificato dalla loro professione. Oggi invece il fenomeno si è trasferito dai suoi detentori naturali, gli attori, a tutto il resto della società. Il narcisismo è diventato di massa, tutti pretendono la celebrità e l’atteggiamento esibizionista, provocatorio, chiassoso da guitti, appartiene molto di più alla politica che al mondo dello spettacolo.

Come ha lavorato sul cast per ottenere una verosimiglianza con i reali personaggi dell’epoca?

Non ho dovuto faticare per fare la scelta di Luca Zingaretti e Monica Belllucci. Avevo bisogno di due star e a modo loro entrambi lo sono nei rispettivi campi, oltre che essere molto somiglianti fisicamente ai veri personaggi. Per tutto il resto del cast ho fatto un lavoro molto accurato: ho dovuto pretendere dagli attori che dimagrissero tutti una decina di chili, per poter assomigliare a quegli italiani dell’epoca di guerra, sottoposti alla dieta della povertà. Al contrario, ho chiesto a Monica Bellucci di ingrassare di due o tre chili per avere il turgore delle donne di quel periodo, che piacevano carnose e non diafane e anoressiche come oggi.

Ha cominciato a scrivere la sceneggiatura più di vent’anni fa: rispetto ad allora sente la storia più o meno attuale?

Vent’anni fa esisteva un giudizio consolidato e netto sull’epoca del fascismo e della guerra, forse condiviso solo dalle elite, come poi si è visto. Oggi questo giudizio è disperso dall’ignoranza, dal fatto che siano spariti i testimoni oculari e quindi tutto è un po’ più vago, in qualche caso addirittura rimosso, in altri casi guardato con un’indulgenza molto pericolosa. Se avessi fatto questo film nei primi anni Ottanta, a parte la mia minore maturità registica, credo che sarebbe stato meno incisivo di oggi.

Anche Sanguepazzo come La meglio gioventù è un racconto collettivo che ha come filo conduttore l’opposizione fra due posizioni ideologiche mai riconciliate. L’Italia è un paese irrimediabilmente diviso?

Ne La meglio gioventù il legame di sangue è reale, fra due fratelli che non fanno in tempo a riconciliarsi perché uno dei due sceglie di suicidarsi. Qui invece si tratta di una guerra civile dove le lotte sono tra fratelli metaforici e le parti sono speculari l’una all’altra. Nell’odio profondo che li pone in conflitto c’è anche una parte di curiosità verso l’altro e un legame, per quanto paradossale e mostruoso. Noi italiani siamo divisi dalla memoria, ma la memoria è individuale, privata, appartiene a ciascuno di noi come i propri occhi o la propria famiglia, non si può condividerla per obbligo, né confonderla con quei valori che invece dobbiamo necessariamente condividere per mantenere un patto sociale di convivenza. Nel finale il personaggio interpretato da Luigi Lo Cascio – un professorino che imbraccia per la prima volta un fucile – partecipa al plotone di esecuzione incaricato di compiere un sacrificio simbolico che dia l’esempio a tutti. Lui sa che bisogna farlo ma non può che provare disgusto e interrogarsi sul suo gesto. Io mi identifico completamente nel suo sguardo di orrore per quella guerra civile, e sul bisogno di superarla per andare avanti.

 


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