SPECIALE TORINO
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| di Cristiana Paternò |
| Edizione XXV per il Torino Film Festival, la prima diretta da Nanni Moretti che conferma le scelte rigorose di una manifestazione molto seguita dal pubblico. |
È sempre più difficile costruire un festival sorprendente e innovativo: è stato difficile persino per Nanni Moretti, l’uomo che trasforma in oro tutto il cinema che passa dalla sua sala romana, il Nuovo Sacher, e che Alberto Barbera è riuscito a portare a Torino per scompaginare, senza troppo spezzare una tradizione che vanta un quarto di secolo, il festival che nacque come Cinema Giovani. Moretti aveva tutte le carte in regola per farcela: amato e qualche volta addirittura venerato da cineasti italiani e stranieri, con una grande esperienza in fatto di festival in generale e con una lunga frequentazione proprio di quello torinese, che ha sempre amato per le sue scelte rigorose e il suo pubblico attentissimo, un pubblico di veri cinefili che poche altre rassegne italiane (forse nessuna) possono vantare. Eppure anche l’instancabile e abilissimo Nanni, affiancato nella selezione da Emanuela Martini, ha dato segni di malumore presentando il programma della sua prima edizione da direttore: il coltello che è tornato a stuzzicare la piaga è quello delle date di Roma troppo vicine a Venezia ma anche a novembre, nonostante lo slittamento di Torino a fine mese. La concorrenza c’è e si sente, ha ammesso il direttore, anche perché Roma non è solo Festa popolare ma anche sperimentazione e nuovi autori (con Extra e con il Concorso) e magari manda allo sbaraglio titoli come Peur(s) du noir, che lui avrebbe voluto per sé. Così tra le anteprime di questa venticinquesima, molto attesa edizione, ci sono sette film che hanno già una distribuzione italiana e che sono già transitati, spesso mietendo allori, in altre manifestazioni: tra questi Eastern promises di David Cronenberg, premiato a Toronto; Irina Palm di Sam Garbarski, premiato a Berlino; My Blueberry nights di Wong Kar Wai, visto a Cannes in apertura anche se ignorato dal Palmarès; il nuovo film di Wayne Wang che ha vinto San Sebastian, A thousand years of good prayers, sull’incontro tra un vedovo di Pechino e la figlia divorziata che vive a San Francisco (di Wang sarà presentato anche The princess of Nebraska).
Tuttavia le sorprese ci saranno lo stesso, specie nel Concorso che ospita quindici opere, per metà esordi con una forte presenza asiatica, soprattutto coreana, accanto a Stati Uniti e cinema europeo. Sarà The Savages di Tamara Jenkins, con Laura Linney e Philip Seymour Hoffman, il film d’apertura: l’opera seconda dell’autrice de L’altra faccia di Beverly Hills è una commedia familiare dai toni amari in cui un fratello e una sorella si ritrovano e riescono finalmente a incontrarsi a causa della malattia del padre. Mentre la madrina dell’inaugurazione, il 23 novembre, sarà Marianne Faithfull, vera icona del rock inglese e protagonista di Irina Palm nel ruolo di una casalinga inglese che si avventura nel mondo dell’hard per guadagnare qualche sterlina necessaria a curare il nipote. In competizione anche l’esordio registico dell’attrice Sarah Polley, Away from her, struggente storia di due anziani ancora innamorati, la cui relazione viene compromessa dall’Alzheimer che colpisce la donna (uscirà in Italia a fine gennaio); l’opera seconda dell’irlandese Lenny Abrahamson, Garage, l’esordio norvegese The art of negative thinking e, dagli Usa, Lars and the real girl di Craig Gillespie, commedia di solidarietà collettiva alla Frank Capra su un ragazzo di provincia che si innamora di una bambola gonfiabile. Tra le anteprime anche Charlie Bartlett, ritratto della “prozac generation” nei college americani, con un ragazzo timido che si improvvisa psicanalista dei coetanei.
Non meno importante la sezione Fuori Concorso, con dodici titoli ancora alla ricerca di una distribuzione italiana, tra cui l’autoironico Actrices di Valeria Bruni Tedeschi, seconda regia dell’attrice torinese trapiantata a Parigi, tutta giocata tra finzione e realtà con l’autrice-protagonista alle prese con le sue nevrosi d’artista e l’ansia di una maternità forse fuori tempo massimo. Alexandra di Aleksandr Sokurov è invece il film che lo straordinario cineasta-filosofo russo ha dedicato a denunciare la barbarie della guerra in Cecenia, chiedendo alla cantante lirica Galina Vishnevskaya di calarsi nei panni di una vedova che si reca a visitare il nipote al fronte. Il britannico Brick Lane di Sarah Gravon è la storia di una diciassettenne del Bangladesh maritata a un uomo molto più anziano che vive a Londra. Beaufort di Joseph Cedar è tratto da un libro del giornalista israeliano Ron Leshem ed è considerato un war movie esemplare: racconta la settimana di un gruppo di giovani soldati che devono resistere ancora per qualche giorno sotto le granate degli hezbollah prima di mettere in atto i piani per il ritiro e distruggere il forte dove sono asserragliati facendolo esplodere. È insensata, come tutte le guerre ma in modo più lampante, la difesa sanguinosa di quella piazzaforte che deve comunque di lì a poco essere distrutta.
È tutta italiana la serata di chiusura, il 1° dicembre, con la giovane attrice Valeria Solarino, protagonista di Signorina Effe di Wilma Labate, a fare da madrina. Signorina Effe è una doppia storia d’amore con Fabrizio Gifuni e Filippo Timi nella Fiat dei primi anni ’80, all’ombra di uno dei momenti più neri per la classe operaia torinese. Il film della Labate non è in concorso ma in un ricco Panorama Italiano che ospita anche il documentario di Francesca Comencini (In fabbrica) dedicato alla figura dell’operaio, dall’emigrazione degli anni ‘50 agli anni del boom fino alla marcia dei quarantamila; l’altro documentario Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi, che affronta il tema della questione femminile a partire dagli anni ‘50 e fino agli anni ’70 attraverso tre figure di donne: Anita, una ragazza di estrazione borghese che si sente oppressa dall’educazione cattolica e si iscrive all’università mentre esplode il ‘68; Teresa, che vive in provincia di Bari e viene a Roma per praticare un aborto clandestino con l’aiuto dell'Aied; Valentina, una giovane politicamente impegnata che frequenta il collettivo di Via del Governo Vecchio. I loro diari, conservati nell’archivio di Pieve Santo Stefano, sono letti da tre attrici: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti, mentre i loro volti sono quelli di tre donne reali, anche se non le stesse che scrissero il diario, riprese in super 8 d’epoca. Dal documentario alla fiction con Lascia perdere, Johnny! di Fabrizio Bentivoglio, al suo esordio nella regia con una storia che ripercorre la parabola degli Avion Travel (che infatti saranno in concerto durante il festival), mentre Nelle tue mani di Peter Del Monte, girato in digitale a basso costo, vuole essere un’indagine sulla fragilità e la forza dei rapporti d’amore con tutta la carica dirompente e anarchica dei lavori di questo autore.
È ancora tutta italiana la serie di incontri pomeridiani della sezione “L’amore degli inizi”, che chiama autori importanti a mostrare i propri esordi e raccontarli: Tinto Brass con Chi lavora è perduto (1963), Florestano Vancini con La lunga notte del ‘43 (1960), Francesco Rosi con La sfida (1958), Gian Franco De Bosio con Il terrorista (1963), Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani con Un uomo da bruciare (1962). Tra le novità spiccatamente morettiane le due sezioni intitolate “Lo stato delle cose” (Wenders sarà uno dei protagonisti del festival con la retrospettiva a lui dedicata e un incontro condotto da Nanni) dove troveremo riflessioni sull’alfabeto e i linguaggi del cinema, e “La zona”, che tenterà di esplorare la produzione sperimentale: qui troveremo autori come Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi (Ghiro ghiro tondo), Béla Tarr (The man from London) e Pedro Costa (Memories, codiretto con Harun Farocki e Eugène Green). In giuria i registi Robert Guédiguian, Aki Kaurismaki, André Téchiné e Carlo Mazzacurati; il direttore del Festival di Toronto Piers Handling, la scrittrice Laura Pariani e l’attrice Jasmine Trinca. Restano i tradizionali spazi dedicati ai documentari e alle opere degli autori torinesi, sparisce invece Americana.