4 MESI, 3 SETTIMANE E 2 GIORNI

di Cristian Mungiu
Titolo originale: 4 Luni, 3 saptamini si 2 zile
Sceneggiatura: Cristian Mungiu
Fotografia: Oleg Mutu
Montaggio: Dana Bunescu
Scenografia: Mihaela Poenaru
Interpreti: Anamaria Marinca, Vlad Ivanov, Laura Vasiliu, Alexandru Potoceanu
Produzione: Mobra Film
Distribuzione: Lucky Red
Romania 2007
colore 113’

 

Negli ultimi anni si è rivelata con forza al festival di Cannes la cinematografia rumena, a partire da La morte del dottor Lazarescu di Cristi Puiu, odissea ospedaliera tutta in una notte di un anziano, un’epica del quotidiano con un sotterraneo senso del grottesco che i nostri distributori non hanno percepito; e poi, lo scorso anno, la Caméra d’or A Est di Bucarest di Corneliu Porumboiu, riflessione semiseria sulla “falsa” rivoluzione dell’89, e l’inedito Come ho trascorso la fine del mondo, premiato al Certain Regard e “adottato” da Scorsese e Wenders. L’edizione 2007 ha messo sugli allori California Dreaming (Nesfarsit), del giovane ma nel frattempo defunto Cristian Nemescu, e soprattutto la Palma d’Oro 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, opera seconda (dopo Occident) di Cristian Mungiu.

L’andamento lento di Mungiu, attento a ogni sfumatura psicologica derivante dall’interazione tra i personaggi, è quello dei film dei fratelli Dardenne, con la macchina da presa che insegue la protagonista di spalle, mentre il tema centrale ricorda Vera Drake di Mike Leigh (la signora inglese che procurava aborti clandestini).

Il film si svolge dapprima nella residenza universitaria dove coabitano Otilia e Gabita, poi, dopo la ricerca di una sistemazione temporanea che rivela più cose sul vivere sotto dittatura comunista di un trattato socioeconomico, nella stanza d’albergo dove il “signor Bebe” interrompe la gravidanza indesiderata di Gabita, assistita dall’amica che pure è attesa per la prima volta a cena a casa dei genitori del fidanzato Adi. La giornata sarà interminabile, tra lo squallore delle rivendicazioni, non solo economiche, dell’uomo, lo smarrimento delle ragazze e il confronto con quella che pure rappresenta la “classe agiata” socialista.

Il volto di Anamaria Marinca, splendida protagonista nel ruolo di Otilia, esprime tutti gli stati d’animo e l’amara accettazione della realtà dell’aborto clandestino sotto il regime di Ceausescu (l’interruzione della gravidanza era punita con detenzione da 3 a 10 anni), praticato in sordide stanze d’albergo con alti rischi di emorragia e setticemia (nella sola Romania, in 40 anni circa mezzo milione di donne ci ha rimesso la vita). È un “affare di donne”, parafrasando il film di Chabrol sullo stesso argomento, stavolta descritto non dalla parte della “mammana” bensì della gestante. Le protagoniste sono due: una vi si sottopone ed è la meno lucida e consapevole, l’altra la assiste ed osserva, incarnando una sofferenza tutta femminile che l’uomo – non solo il “carnefice” che approfitta della sua posizione – non può arrivare a comprendere, come Otilia rinfaccia all’inconsapevole fidanzato nel corso della serata.

Un film duro, intenso e obiettivo: ispirandosi a una storia vera della propria gioventù, Mungiu non giudica ma si limita a descrivere, costruendo magistralmente uno stato di tensione accresciuta dalla claustrofobia degli ambienti e dalle atmosfere notturne. Ogni personaggio secondario (la concierge dell’albergo, le donne in fila ai negozi di alimentari, il cambio nero) ha un senso e contribuisce a rievocare puntualmente la lunga notte della ragione in un’oppressione esistenziale prima che economica, nella quale la tragedia dell’aborto rappresenta il più acuto sintomo della solitudine della donna.

Mario Mazzetti


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