Intervista – Michela Cescon |
| di Franco Montini |
| INTIMAMENTE ZELIG Esordiente con Garrone, l’attrice veneta si è imposta quest’anno con “L’aria salata” di Angelini e, per la prima volta in commedia, nel film di Simona Izzo. Nel futuro due esordi, ancora al femminile. |
L’esperienza più recente, il ruolo di Stefania in Tutte le donne della mia vita di Simona Izzo, le ha trasmesso una gran voglia di cimentarsi con la commedia. “Era la prima volta – racconta Michela Cescon – che affrontavo un’esperienza cinematografica brillante e mi sono divertita moltissimo. Il personaggio era scritto benissimo: una donna bipolare che alterna momenti di euforia ad altri di autentico panico, ma il tutto raccontato con un tono lieve e leggero anche nelle scene più drammatiche. So che non spetterebbe a me dirlo, ma sono molto soddisfatta del lavoro svolto nel film”.
Tutte le donne della mia vita è stata anche la sua prima esperienza nel cinema sotto la regia di una donna: ha avvertito qualche differenza?
Per me è stata la prima volta con una regista in assoluto, perché anche in teatro non ero mai stata diretta da una donna. Ho avuto l’impressione che Simona fosse molto più diretta e concreta rispetto ai colleghi uomini; personalmente ho provato una maggiore facilità nel comprendere quanto richiesto: la capivo anche attraverso il modo di gesticolare, attraverso uno sguardo. Di conseguenza, confesso che sono più attenta e disponibile alle proposte che arrivano dalle registe. In questo momento sto lavorando con due esordienti, Katia Kolio e Monica Rapetti e spero che i rispettivi progetti, il primo intitolato La voliera, il secondo ancora senza un titolo definitivo, curiosamente entrambi centrati sul tema della ricerca di un genitore, si possano concretizzare.
A proposito di scelte, qual è l’elemento di cui tiene più conto nel decidere se accettare o meno una proposta?
Ovviamente è molto importante la sceneggiatura, ma soprattutto l’incontro con il regista. Se intuisco che ci si può intendere, che ci capiamo, che condividiamo una complessiva visione d’insieme, sono disposta a gettarmi nell’avventura. Come attrice mi reputo molto coraggiosa, non ho paura di sbagliare, mi piace affrontare questo lavoro con una certa incoscienza. Quando Simona Izzo mi ha proposto il suo film non mi sono posta neppure per un momento il problema se, essendo identificata come un’attrice drammatica, sarebbe stato rischioso accettare, anzi.
In effetti la cosa che più colpisce nella sua filmografia è proprio la diversità dei personaggi interpretati e la sua capacità di trasformarsi anche fisicamente, al punto di non essere immediatamente riconoscibile.
La cosa mi fa estremamente piacere e lo ritengo un bellissimo complimento, perché si tratta di qualcosa che ho sempre cercato di raggiungere. Credevo che questa cosa fosse possibile solo a teatro, grazie alla possibilità di utilizzare un trucco più pesante di quello cinematografico. Poi mi sono accorta che questa trasformazione mi riusciva anche al cinema. In proposito non esiste un mio metodo studiato e specifico, forse è solo un talento naturale, che deriva dall’essere una Zelig nell’animo.
Ma concretamente come si prepara ai ruoli che le vengono proposti?
Cerco di impossessarmi del personaggio, studiandolo e buttandovi dentro tutte le informazioni possibili: che cosa pensa, come si muove, come cammina, ma ispirandomi sempre a ciò che sto vivendo al momento. Per fare un esempio, per il ruolo di Cristina ne L’aria salata di Alessandro Angelini, non ho letto nessun libro sulle carceri e sui familiari dei detenuti, ma ho cercato di immaginare cosa provasse una ragazza il cui padre è in galera da tempo immemorabile. Poi, sul set, cerco di dimenticare tutto ciò che ho immaginato e mi affido il più possibile al regista.
A parte il ruolo da protagonista nel film d’esordio Primo amore, di Matteo Garrone, non ha avuto timore di accettare anche personaggi secondari.
Come si dice: non esistono piccoli ruoli, ma solo piccoli attori. Ci sono film che si ricordano solo per il memorabile cameo di un interprete. Accettare un ruolo minore è anche una bella sfida, perché bisogna avere la capacità di entrare improvvisamente nel giusto ritmo di un film, senza conoscerlo a fondo, perché non si è seguito quasi nulla della lavorazione. Così bisogna fornire una prestazione che sia universalmente utilizzabile.
Nessun rimpianto per il teatro, dove è cresciuta come attrice?
In questo periodo non ci penso, perché ho una figlia di 18 mesi e sarebbe impensabile ipotizzare una tournée di svariati mesi, come obbliga il lavoro sulla scena. Ma in futuro non escludo di riprendere il teatro, anche se il lavoro sul set, con le lunghe pause, le attese, le ripetizioni, diversamente da quanto temevo, mi diverte molto e in una prospettiva molto più lunga mi piacerebbe lavorare nel cinema non soltanto come attrice.
La decisione di sperimentarsi in questo mestiere quando è maturata?
Abbastanza tardi, quando avevo già una ventina d’anni. Dopo il liceo mi ero iscritta alla facoltà di architettura a Venezia e lì ho iniziato a frequentare un corso di teatro, ma con lo stesso spirito con il quale si va in palestra. Poi ho subito un grave incidente e quando finalmente mi sono ripresa ho deciso di fare l’attrice. Forse, senza quell’incidente, ora sarei impegnata a progettare villette.