IL FLAUTO MAGICO

di Kenneth Branagh
Sceneggiatura: Kenneth Branagh e Stephen Fry dall’opera Die Zauberflote, libretto di Emanuel Schikaneder, musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Fotografia: Roger Laser
Scenografia: Tim Harvey
Montaggio: Michael Parker
Costumi: Christopher Oram
Direzione musicale: James Colon
Interpreti: Joseph Kaiser, Amy Carson, Benjamin Jay Davis, Lyubov Petrova, Kenneth Branagh
Produzione: Ideale Audience
Distribuzione: 01
Gran Bretagna 2006 colore 135’

 

Cosceneggiatore del film, nonché autore della versione inglese del libretto, è Stephen Fry, apprezzato attore (Wilde), umorista e scrittore al vetriolo. Un buon lasciapassare per Kenneth Branagh, che ha presentato a Venezia 2006, con serata di gala alla Fenice, la sua versione del capolavoro mozartiano. Dall’arcano Egitto l’ambientazione del film è spostata nelle trincee della prima guerra mondiale, giusto per attualizzare la trama con riferimenti bellici. Per il resto, è puro Mozart nella sua opera leggera, misteriosa, affascinante, tradotta in un “musical” brioso con una regia effervescente, a pochi anni da Pene d’amor perdute, in cui Branagh si cimentava a dirigere alcuni numeri musicali che coinvolgevano l’intero cast, inclusa la nostra Stefania Rocca.

L’ouverture ci regala un lungo, ammaliante piano sequenza che inizia con il protagonista, il soldato Tamino che coglie un fiore dalla trincea, e prosegue con la preparazione della battaglia fino ad includere un battaglione aereo che compie acrobazie in volo. Ritenendosi colpito da una granata, l’uomo verrà soccorso da tre belle fanciulle (un po’ streghe, un po’ crocerossine, un po’ suore scollacciate) alle dipendenze della Regina della Notte, soprano in pelle nera che chiede all’uomo di salvare la deliziosa figlia Pamina, rapita dal potente Sarastro. Lo accompagnerà l’uccelliere Papageno, discendente diretto del Dick van Dyke di Mary Poppins, a sua volta stregato cinque anni prima da una fanciulla vista solo di spalle, che scoprirà chiamarsi Papagena e che gli apparirà nelle inquietanti e decrepite vesti della simpatica Liz Smith.

La linearità e la facilità di fruizione non appartengono abitualmente alla lirica, ma la trasposizione con tagli e variazioni di Branagh spinge sul pedale della fascinazione visiva, dei guizzi di regia, del languore amoroso.

Nel corso del film, si scoprirà la malvagità della Regina e all’opposto l’equanimità del prode Sarastro, il cui ufficiale attenta continuamente alla virtù di Pamina, oltre a dolersi della propria condizione di moro emarginato. A risolvere molte situazioni, il flauto magico donato a Tamino dalla Regina e la scatola musicale del suo assistente, che induce le guardie malintenzionate a trasformarsi in uomini carillon buttandosi dalla torre della chiesa-castello in una delle più gradevoli coreografie del film, che include un mulino a vento sulle cui pale l’eroina verrà “crocifissa” per amore, un’enorme bocca femminile per  Papageno, il canto notturno della Regina virago su un carro armato e altre mirabolanti trovate di regia che aggiungono all’opera mozartiana respiro, giocosità e sensualità muliebre affiancata all’ingenuità virile, in un gioco dei sensi con demiurghi, ispiratori e osteggiatori che troveranno appagamento unitamente allo scoppio della pace.

A 30 anni dalla versione bergmaniana, a 250 anni dalla nascita di Mozart è piacevole tuffarsi nella lettura dell’autore britannico, da non prendere troppo sul serio nelle implicazioni belliche, ma da considerare con rispetto e attenzione per l’intelligenza e la cura dispiegate.

Mario Mazzetti


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