PER UNO SOLO DEI MIEI OCCHI |
| di Avi Mograbi |
| Titolo originale:
Nekam Achat Mishtey Eynay Sceneggiatura: Avi Mograbi Fotografia: Philippe Bellaïche, Avi Mograbi, Itzik Portal Montaggio: Avi Mograbi, Ewa Lenkiewicz Interpreti: Shrede Tabarin Produzione: Avi Mograbi Productions, Les Films d’Ici Distribuzione: Fandango Francia/Israele 2005 colore 104’ |
Politicamente e moralmente inattaccabile nella sua visione filopalestinese, Per uno solo dei miei occhi è la rilettura dei miti di Sansone e Massada, legati indissolubilmente al conflitto arabo-israeliano ed analizzati per cercare di comprendere le ragioni dell’odio e dell’intolleranza etnica. Mograbi, che conosce ragioni e torti, esecuzioni e stragi, fotografa le vittime delle bandiere, elimina la voce fuori campo e l’ironia del paradosso, registrando le parole della sofferenza, lo stato di assedio permanente, l’impossibilità di costruire relazioni senza cadere nelle insidie e nella corruzione dell’integralismo, nelle vendette incrociate che annullano repentinamente sforzi e travagli di un possibile dialogo.
Nel suo personale viaggio dentro l’insidia e le difficoltà quotidiane, il regista prende nota dell’emergenza ininterrotta tra posti di blocco, ansie crescenti, il dolore compresso di chi non può vedere le figlie al di là dei blocchi, di chi non ottiene i permessi per lavorare oltre il muro. Mograbi costruisce un reportage a tesi, gira in soggettiva senza censure puntando sull’emozione diretta, scevra da condizionamenti ideologici, coniugando passato e presente, leggende e menzogne. Con la stessa consapevole lucidità della prosa di David Grossman, l’autore elimina la distanza tra narratore e testimone, conduce lo spettatore dentro un’ipotetica zona di libertà in cui la parola “tregua” resta un suono astratto, testimoniando la buona volontà di quegli israeliani che cercano una forma di contatto con i nemici, superando ostacoli militari e burocratici. Mosso dalla passione, sceglie una rilettura dei miti nella follia dell’oggi, illustrando la predestinazione al sacrificio e puntando sull’effetto straniante e sarcastico dell’esegesi delle origini sugli effetti secolari e consequenziali di torture e ingiustizie. Presentato fuori concorso a Cannes 2005, il documentario osserva con amaro realismo drammi ed orrori, certifica la sistematica violazione dei diritti umani, alla ricerca di un codice di comunicazione capace di superare la cecità del potere, nel vuoto ipnotico e strumentale delle ideologie e della guerra.
Domenico Barone