Intervista Riccardo Scamarcio
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| di Franco Montini |
| Con “Manuale d’amore”, “Ho voglia di te” e “Mio fratello è figlio unico” il 2007 si apre nel segno di Scamarcio, bello con l’anima del cinema italiano. |
Tre volte al cinema nel giro di poche settimane. Attualmente sugli schermi con Manuale d’amore 2, a conferma dell’acquisito ruolo di star, Riccardo Scamarcio è anche il protagonista di Ho voglia di te, sequel di Tre metri sopra il cielo in uscita a marzo e di Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, annunciato per aprile. Ventisette anni compiuti in novembre, l’attore vanta una filmografia già ricca di una quindicina di titoli fra cinema e tv.
Lei ha bruciato le tappe, conquistando una popolarità che generalmente è conseguenza di anni di lavoro: che effetto fa essere la più giovane star del cinema italiano?
Piacevole, sarebbe stupido negarlo. Ma al di là del mio caso personale, credo sia importante la rinascita di un divismo cinematografico, perché il fenomeno porta gente al cinema e, di conseguenza, aiuta tutto il settore.
In effetti, dopo una lunga assenza, sta riemergendo uno star-system autarchico: come giudica la categoria degli attori italiani di oggi?
Gli anni migliori del cinema italiano hanno sempre coinciso con importanti presenze di interpreti. Nel ventennio degli anni ’60 e ’70 il nostro cinema era ricchissimo di attori: Gassman e Tognazzi, Mastroianni e Volontè, solo per ricordarne alcuni. In quel periodo trionfava un tipo di recitazione di matrice teatrale, anche se tutti i nomi che ho citato e tanti altri ancora si sono integrati benissimo nel cinema. A partire dagli anni ’80 il cinema è cambiato e, influenzato dall’esperienza americana, è mutato anche il modo di recitare, diventato più naturalistico. In questo passaggio gli attori italiani hanno un po’ perso la bussola. La mia generazione ha finalmente metabolizzato questo nuovo modo di recitare ed oggi il parco attori italiano mi pare molto ricco, preparato, interessante e vario.
Insomma le scuole e le accademie servono poco agli attori di cinema?
Tutt’altro: un attore ha bisogno di provare e di imparare un metodo. Quindi è assai utile frequentare una scuola, ma una scuola seria che offra un percorso valido per un tempo sufficientemente lungo; detesto i corsi che promettono di insegnare il mestiere con frequenze di poche ore a settimana. Come è utile, in alternativa alla scuola, sperimentare se stessi in palcoscenico. Io ho frequentato il corso di recitazione del Centro Sperimentale di Cinematografia e, grazie a ottimi insegnanti, ho potuto costruire le basi per la mia carriera. Certo lo studio e la tecnica non sono sufficienti per diventare un bravo attore, perché poi è anche una questione di talento, ma restano comunque indispensabili.
Come si è preparato per il ruolo del paraplegico di Manuale d’amore 2?
Non è stato facile perché il personaggio è colpito da una improvvisa invalidità, quindi da un punto di vista psicologico dovevo far emergere la sua sofferenza, ma il film è anche una commedia e pertanto ho dovuto illustrare questa situazione con leggerezza ed anche con un tocco di ironia.
A marzo la rivedremo nel ruolo di Step, per il sequel di Tre metri sopra il cielo: quali sono state le difficoltà nel riprendere, a distanza di anni, lo stesso personaggio?
Rispetto all’esperienza di Tre metri sopra il cielo, mi sento cresciuto e cambiato; per fortuna anche in Ho voglia di te si immagina che siano passati tre anni e, di conseguenza, anche Step è cresciuto e cambiato. Nel film si racconta che sia stato per un certo periodo in Usa e la storia inizia con il suo ritorno a Roma. L’esperienza americana ne ha fatto un ragazzo meno reazionario e più guardingo; Step rincontra i vecchi amici, il vecchio amore, e ne scopre uno nuovo. Osserva la realtà attorno a lui e non si riconosce più nelle dinamiche del passato. In fondo, Ho voglia di te racconta l’esperienza di un ragazzo che esce dall’adolescenza per entrare definitivamente nel mondo degli adulti.
Una storia molto diversa è quella di Mio fratello è figlio unico girato per Luchetti, accanto ad Elio Germano.
La storia, che nasce dal romanzo “Il fasciocomunista” di Pennacchi, in questo caso è ambientata a Latina a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, ovvero nel periodo più caldo della politica nel nostro paese. Vi interpreto il personaggio di Manrico, figlio di una famiglia proletaria, giovane contestatore molto carismatico, un vero leader, ma in realtà molto cialtrone, leggero, sornione, a cui riesce tutto facile. L’esatto contrario di Accio, che è il fratello più piccolo, il quale, per conquistare l’attenzione dei genitori, si lancia in sfide estreme. Accio prima sogna di diventare santo, poi si getta nella lotta politica, senza alcun punto di riferimento, passando dall’estrema destra alla sinistra extraparlamentare. Mio fratello è figlio unico è un film che amo molto, che ritengo interessante anche perché racconta con ironia gli aspetti grotteschi della battaglia politica di quell’epoca. Ma soprattutto, coglie molto bene certe dinamiche familiari che fanno parte della nostra cultura, e dimostra come affetti e sentimenti alla fine prevalgano perfino sull’ideologia.