Intervista – William H. Macy
LA RABBIA DENTRO

di Marco Spagnoli
Straordinaria prova d’attore in “Edmond”, una pièce di Mamet diretta da Stuart Gordon sugli schermi.

 

Non è facile seguire la carriera di William H. Macy, attore poliedrico e pressoché onnipresente, dal carisma e dal talento più unici che rari. All’età di 56 anni, Macy è uno degli interpreti più richiesti di Hollywood capace di scivolare dai ruoli di caratterista nei grandi blockbuster a quelli da protagonista di interessanti film indipendenti. Icona di cult movie come Fargo, Magnolia, Thank you for smoking e sposato con la “casalinga disperata” e protagonista di Transamerica, Felicity Huffman, Macy è nel cast di ben nove film da qui alla fine del 2008. Gli spettatori italiani lo vedranno prossimamente in Bobby di Emilio Estevez, Inland Empire di David Lynch e soprattutto protagonista assoluto del noir diretto da Stuart Gordon, Edmond. Una pellicola molto interessante in cui Macy mette in mostra tutte le qualità di grande attore, capace di reggere un film interamente sulle sue spalle.

Come descriverebbe il suo personaggio?

Credo che Edmond non sia un personaggio atipico tra gli americani bianchi e facoltosi. Vive una vita di “tranquilla disperazione”: odia il suo lavoro, sua moglie, la sua stessa vita. Gli uomini in genere, e in particolare gli americani, non hanno la capacità di parlare tra loro. La pressione non fa altro che crescere, perché non sanno discutere dei propri problemi e non sanno cercare aiuto. Edmond racconta la storia di una di queste persone: lo incontriamo quando la pressione è aumentata a dismisura e lui è sul punto di esplodere: dice di avere vissuto nella paura per 47 anni. Teme di invecchiare, di diventare povero, di fallire… Ha paura dei neri, degli ispanici, del futuro e del governo. Insomma ha paura di tutto e si sente solo vagamente responsabile per tutto questo. Alla fine esplode in una notte terribile in cui non si riesce più a controllare.

Non è la prima volta che lei interpreta un personaggio del genere: qual è la fascinazione di recitare in ruoli ambigui e di cui è difficile prevedere le reazioni?

Amo i personaggi che possono sembrare degli oppressi, che subiscono la propria esistenza, perché in un certo senso anche io mi sono sempre considerato come uno di loro: persone semplici che si svegliano la mattina, fanno quello che è richiesto loro senza troppi ringraziamenti e senza divertirsi eccessivamente. Alla fine, però, riescono a liberarsi da se stessi e dalla loro quotidianità. In maniera molto differente da Edmond, certo, ma spesso anche come lui. Questo tipo di storie mi hanno sempre affascinato. Edmond è semmai una versione horror di queste vite. Al tempo stesso, però, mi attrae questa sua esplosione. Anche io ho dentro di me tutta questa rabbia ed è interessante riuscire a portarla sullo schermo. Dopo tanti personaggi repressi e tranquilli è stato piacevole affrontare un personaggio che uscisse fuori da questo binario precostituito della sua vita, diventando addirittura “pericoloso”.

Qual è il suo approccio ai personaggi che interpreta?

Sono attratto prima dalla storia e poi dalla maniera in cui è scritta. Se la storia è buona ed è scritta bene sono più incline ad interpretare quel ruolo, anche se non è particolarmente grande. La mia filosofia è quella di accettare ruoli piccoli nei film migliori. Personalmente cerco storie vere, non in senso letterale, ma in relazione con l’esperienza umana. Ho bisogno di un certo tipo di redenzione o di umanità. Dopo tutte queste necessità, poi, mi domando quale sia il mio compenso, dove dovrò girare il film e se, invece, posso tornare la sera a casa…

In Edmond il suo personaggio sembra seguire la propria sorte senza mai “cadere”…

Non so se crederci, ma è la visione di Mamet: il protagonista segue il suo destino. Edmond va dalla chiromante che gli dice “tu sei in un luogo che non ti appartiene”. Poi, segue il suo destino e si trova a cambiare completamente vita. In un certo senso credo che ci sia qualcosa di vero: pensiamo di avere le nostre vite sotto controllo, mentre la realtà è molto diversa.

Lei è un’icona del cinema indipendente, ma ha anche interpretato film campioni d’incasso. Qual è la differenza principale tra i due tipi di cinema e perché accetta questo tipo di film? Per i soldi?

Se io governassi il mondo tutti i film sarebbero grandi: mi piacciono entrambi i tipi, perché entrambi hanno vantaggi e svantaggi. Quando sei in un film come Sahara, Air Force One, Jurassic Park III sai che Hollywood può raccontare qualsiasi tipo di storia. Se qualcosa va male, puoi rimediare il giorno successivo. L’aspetto negativo di tutto questo è che se gli artisti hanno tanti strumenti e giocattoli a disposizione rischiano di perdere di vista il loro punto di vista originale sulla storia che stanno per raccontare. Nel cinema indipendente, invece, devi seguire il suo istinto perché non hai tutto a disposizione. Devi cercare la maniera più intelligente per raccontare la tua storia e questo credo che faccia bene anche al film. In Edmond, però, mi sono trovato davanti alle riprese più difficili della mia vita. Spesso non avevamo il permesso di girare e quindi non eravamo separati dalle persone di Los Angeles. Così, durante una scena anche piuttosto lunga e complicata, qualcuno infischiandosene della cinepresa veniva a stringermi la mano dicendo: “Amico, sei stato grande in Fargo!”. Allora dovevamo ricominciare tutto daccapo. Dovevamo girare almeno nove pagine al giorno, mentre in un film d’azione ti limiti a riprendere una mezza pagina. Nei blockbuster tutto è grande: l’assegno che ricevi, il caravan dove riposi, il tempo a tua disposizione tra una ripresa e l’altra.

Cosa le piace del regista Stuart Gordon?

Amo molto i suoi film e i drammi che ha diretto a teatro. Adesso vorrebbe girare un film chiamato Cops scritto ancora una volta da David Mamet. E’ un po’ prematuro: non hanno i soldi e io non ho ancora detto di sì, ma siccome c’è Joe Mantegna credo potrebbe essere molto divertente. Mi piace molto recitare con lui. La scena di Edmond che abbiamo realizzato insieme è la mia preferita.


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