IL GRANDE CAPO
Direktøren for det hele

di Lars Von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Fotografia: Automavision
Montaggio: Molly M. Stensgaard
Interpreti: Jens Albinus, Peter Gantzler, Fridrik Thor Fridriksson, Iben Hjejle, Jean-Marc Barr
Produzione: Zentropa
Distribuzione: Lucky Red
Danimarca 2006
colore 99’

 

Chi ama il cinema di Lars von Trier rimarrà sorpreso da Il grande capo, un film diverso, ma al tempo stesso molto omogeneo alla sua cinematografia eclettica. Una commedia sofisticata e insolita in cui il regista danese riversa tutta la verve politica del suo cinema del passato. Tutt’altro che un divertissement, attraverso questo film von Trier riflette sulla società moderna e sulla civiltà del lavoro nell’era di Internet.

Esilarante in molti punti ma anche estremamente amaro, Il grande capo sembra fondere alcune suggestioni e stilemi presi a prestito dalla grande commedia americana e dal cinema di Ernst Lubitsch, mutuandoli e aggiornandoli nel contesto immaginifico e vagamente delirante dell’era digitale.

Un attore teatrale nemmeno troppo bravo viene, infatti, ingaggiato da una società danese per impersonare il presidente della compagnia durante la firma di un contratto con l’ostico pari grado di una potente società islandese. Per una serie di vicissitudini la firma viene rimandata, così “l’ingaggio” dell’uomo viene prolungato di una settimana. In realtà nessuno ha mai visto il presidente che, di fatto, è il capo dell’ufficio legale, troppo timido per dire ai ragazzi con cui aveva incominciato un decennio prima, di essere lui l’azionista di riferimento della società. Ovviamente, il presidente finalmente comparso all’orizzonte dopo aver “governato” tramite le sue emanazioni digitali (fax e e-mail) viene a contatto con una società piena di persone eccentriche che gli vogliono chiedere conto del suo comportamento nel decennio precedente. Tra situazioni inconsuete e momenti imprevisti, l’attore scopre di essere stato coinvolto in un imbroglio ai danni dei dipendenti. Il contratto che ha firmato lo obbliga a rispettare i patti ma, non dimentichiamolo, siamo nella terra di Amleto e come scrive Shakespeare, a lui non resta che “fare cadere in trappola la coscienza” di chi ha architettato il piano truffaldino. Brillante, a tratti irresistibile, Il grande capo è per stessa ammissione dell’autore una commedia “non innocua”. Von Trier compare riflesso nel vetro del palazzo dove avviene la scena e anche qui, con fare shakespeariano per tre volte parla direttamente allo spettatore. Per dirgli che cosa? Al di là della patina divertente, delle situazioni assurde, è evidente che questo film è un atto d’accusa nei confronti di un mondo di piccole e grandi corporation, dove la perdita del contatto umano ha segnato il trionfo della burocrazia sul lavoro. Il fantoccio digitale e l’attore non sono altro che il simbolo di una stupidità generalizzata dove – nonostante una serie di riunioni – non si capisce mai quale sia l’area di lavoro dell’azienda che vediamo raccontata.

Intelligente e lungimirante, il film assume dimensioni “epiche” in un finale imprevisto dove la vanità prende il sopravvento sulla capacità di compiere delle buone azioni. Un finale in stile von Trier per una pellicola moderna in cui tutti quelli che lavorano nel XXI secolo non potranno non riconoscere le proprie debolezze, idiosincrasie e le piccole e grandi viltà burocratiche ed umane che caratterizzano la nostra epoca, anche dal punto di vista professionale. Un gelido capolavoro di humour, intrigante e sorprendente nello stile del grande regista danese.

Marco Spagnoli


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