Intervista a Sofia Coppola
MAI PERDERE LA TESTA

di Marco Spagnoli
Ritratto originale della “autrichienne”, la “Marie Antoinette” versione moderna teenager in concorso a Cannes.

 

Dopo il successo di Lost in Translation, Sofia Coppola dà vita a quello che può essere considerato come il suo progetto più ambizioso: Marie Antoinette, una versione pop della vita della celebre sovrana francese, interpretata da Kirsten Dunst. Marie Antoinette può essere in un certo senso considerato come il terzo capitolo di un’ideale trilogia della solitudine, in cui la figlia di Francis Ford Coppola esplora le inquietudini di tre donne forti ma vulnerabili, destinate a confrontarsi loro malgrado con eventi in grado di cambiare le loro vite per sempre. “Sinceramente è qualcosa cui non avevo pensato coscientemente”, afferma la regista che ha basato il suo film sul libro di Antonia Fraser. “Quando stavo girando Marie Antoinette ero interessata più al passaggio verso una nuova fase del mio lavoro, che alla conclusione di un qualcosa. A partire dalla sfida di affrontare, senza distrarmi, la complessità di girare un lavoro del genere con tanti attori, cavalli, costumi e location. E’ anche vero, però, che questi film parlano di donne alla ricerca di una loro identità e di una loro strada come adulte”.

Da questo punto di vista come ha lavorato sul libro di Antonia Fraser?

Ho letto anche altro su Maria Antonietta, ma sin da subito avevo chiaro il desiderio di basare la mia sceneggiatura pressoché interamente sul libro di Antonia Fraser. Non ho lavorato con lei, ma Antonia è sempre stata molto disponibile a rispondere alle mie domande e a fugare qualsiasi dubbio avessi su alcuni dettagli del suo testo.

Il suo cinema si è sempre contraddistinto per un uso molto curato della musica. Come ha scelto la colonna sonora del film, che è composta sia da brani pop che da brani originali del diciottesimo secolo? Perché ha voluto dare vita ad un contesto emotivo frutto di una contaminazione tra passato e presente?

La mia scelta si è basata sull’idea di utilizzare della musica che avesse le qualità emotive giuste per il tipo di film che stavo facendo. Quando, ad esempio, Maria Antonietta lascia Versailles e si reca per la prima volta ad una festa a Parigi, desideravo restituire al pubblico l’emozione di una ragazza che arriva per la prima volta nella grande capitale. Per farlo ho voluto utilizzare una musica che rendendo questo sentimento in maniera moderna potesse fornire allo spettatore la mia interpretazione di che cosa potesse significare per lei fare questo tipo di esperienza. Per me significava portare sullo schermo l’energia e la carica di un’adolescente di duecento anni fa. Tutto il film, però, si basa sulla combinazione di elementi provenienti dal passato e dal presente. Per lo stesso motivo ho chiesto alla costumista Milena Canonero di dare un tono sgargiante ai costumi, in modo che perdessero la patina leggermente passé dei colori degli abiti e delle tappezzerie che sono conservate oggi. Entrambe le scelte stilistiche sono servite a togliere la polvere dall’elemento visivo.

In questo senso cosa la ha spinta a scegliere Kirsten Dunst?

Mi interessava esprimere il punto di vista personale di Maria Antonietta sulla sua vita e più leggevo libri su questa donna, più mi accorgevo di quante qualità avesse in comune con Kirsten, con cui avevo lavorato ne Il giardino delle vergini suicide. Non ho mai pensato di realizzare un film politico sulla Rivoluzione Francese, ma ho sempre mirato a dare vita ad un ritratto personale di Maria Antonietta che per me, prima, era sempre stata una figura simbolo della decadenza e della frivolezza. E' stato molto interessante fare delle ricerche e studiare in profondità le sue esperienze di donna, e in un certo senso di “teenager del diciottesimo secolo” alla corte di Versailles. Maria Antonietta si sentiva trascurata, faceva spese, andava alle feste… E’ stato per me interessante esplorare questi elementi personali di una donna considerata, forse, troppo spesso soltanto sotto il profilo di una figura pubblica. La storia della mia Maria Antonietta inizia quando lei è solo una ragazzina che, arrivata a quattordici anni in un paese straniero, è sempre cresciuta da sola in Francia, una nazione che l’ha sempre considerata come “l’austriaca”. In questo senso Kirsten, per le sue qualità, era perfetta per interpretare questo ruolo.

Parliamo del contenuto politico del film…

Sinceramente preferisco di no. Personalmente sono convinta che vi siano alcune analogie tra quello che accade oggi in alcune parti del mondo e i temi presenti nel film, ma al tempo stesso penso anche  che sotto questo punto di vista debba essere il mio lavoro e non io a parlare.

Il film, però, si ferma alla dipartita della sovrana da Versailles. Perché?

Gli anni di Maria Antonietta in prigione sono materia per un altro film. Io volevo condensare in due ore la sua vita di regina di Francia dall’Austria a Versailles. Mi è sempre stato chiaro che il climax del film sarebbe stato il suo incontro con il popolo sul balcone. Desideravo che il pubblico vedesse la sua trasformazione da ragazzina in regina, o quantomeno in donna.

Dopo tre film lei sembra essersi completamente emancipata cinematograficamente dalla figura di suo padre. Quali sono le influenze riconoscibili del lavoro di suo padre su di lei e sul suo cinema?

Credo che sia stato soprattutto il suo grande entusiasmo per il lavoro ad influenzarmi. Lui è il motivo per cui ho iniziato anche io a fare film e perché ho sempre nutrito dentro di me il desiderio di fare del cinema. Tutto quello che so come regista l’ho imparato da lui e mi sono sempre sentita fortemente sostenuta e incoraggiata dal suo entusiasmo. La lezione che ho imparato da lui? Fare dei film originali, personali e unici.   


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