THE ROAD TO GUANTANAMO

di Michael Winterbottom e Mat Whitecross

Fotografia: Marcel Zyskind
Montaggio: Michael Winterbottom e Mat Whitecross
Musiche: Harry Escott, Molly Nyman
Interpreti: Riz Ahmed, Farhad Harun, Waqar Siddiqui, Afran Usman, Shahid Iqbal, Sher Skan

Produzione: Film Four, Revolution Films, Screen WestMidlands
Distribuzione: Fandango
Inghilterra 2006, colore 95’

 

Suona così strana e falsa, alla luce delle ultime vicende americane, una vecchia dichiarazione di Donald H. Rumsfeld contenuta nell’ultimo film dell’inglese Michael Winterbottom: “la convenzione di Ginevra è per lo più rispettata”. Settembre 2001: quattro amici di Tipton in Inghilterra, Ruhel, Asif, Shafiq e Monir, partono per il matrimonio di uno di loro nelle lontane terre pakistane. Il viaggio ben presto si trasforma in una terribile odissea. In Pakistan fanno l’incontro con un vecchio imam che cerca volontari per aiutare gli afgani minacciati da possibili bombardamenti americani. Così i quattro amici prendono un minibus e si recano proprio in Afghanistan. Fermatisi a Kandahar per una notte, vengono fatti prigionieri dalle truppe americane, accusati di essere dei terroristi complici di Osama Bin Laden e trasportati nella famigerata prigione di Guantanamo, dopo uno snervante itinerario durante il quale perdono le tracce di Monir.

The road to Guantanamo, Orso d’Argento per la regia all’ultimo Festival di Berlino, è un vero e proprio documento di guerra che utilizza il punto di vista dei ragazzi inglesi per raccontarci gli ormai tristemente famosi campi di prigionia della Baia di Guantanamo, la prigione a cielo aperto Camp X-Ray e il famigerato Camp Delta, (non) luoghi in cui i diritti umani sarebbero sistematicamente violati, almeno stando a dettagliati rapporti giornalistici.

Il film è realizzato alternando tre piani narrativi: spezzoni d’archivio, interviste ai protagonisti e scene ricreate con il supporto delle loro testimonianze. L’accusa è di quelle senza via d’uscita. Il regista inglese, che firma l’opera a quattro mani con Mat Whitecross, mostra più che dimostrare, e questo con disarmante impotenza, lasciando al pubblico un forte senso di oppressione. Winterbottom ritorna a parlare di Afghanistan come nel film Cose di questo mondo, che vinse l’Orso d’Oro proprio a Berlino nel 2003, innestando questa volta un punto di vista nuovo: gli americani, aguzzini spietati nei confronti di persone estranee al terrorismo ma torturate in nome di una folle quanto improbabile sicurezza planetaria. La prigione a poco a poco si trasforma in un mondo alla rovescia dove vengono enunciate le dinamiche della malvagità umana contrapposta all’impotenza delle vittime innocenti. Assistiamo così a tecniche disumane per estorcere confessioni false, alla fabbricazione di prove assurde e infondate: fotografie ritoccate, rapporti inventati, filmati talmente sgranati da risultare inutilizzabili.

Le testimonianze dei tre sopravvissuti diventano un racconto senza astio appartenente a persone innocenti che, soffrendo, si sono trasformate in persone più forti, a fronte di centinaia e centinaia di individui che da quell’esperienza non sono più riusciti a tornare. Un altro pregio del film è l’aver costantemente contrapposto il linguaggio della propaganda con quello della verità negata. Il primo costruito attorno ad un senso ridotto all’osso e per questo più pericoloso. “Sei un terrorista perché pakistano” oppure “sei un terrorista e quindi dicci dove si trova Bin Laden”. Il tutto avviene mentre il presidente degli Stati Uniti George W. Bush incita gli americani a combattere per una guerra giusta. L’intero film è stato girato in Afghanistan e Iran.

Davide Zanza


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