Intervista - Enrico Pau
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| di Davide Zanza |
| In concorso a Locarno dove ha vinto il premio Cicae, “Jimmy della Collina” è il ritratto di un ragazzo recluso in un carcere minorile. |
L’opera seconda del regista sardo Enrico Pau, Jimmy della Collina, è approdata con successo all’ultimo Festival di Locarno per raccontare la storia di Jimmy, un adolescente alla prese con un difficile percorso di crescita.
Come sei arrivato a Locarno?
Tutto è legato al Festival di Alba, dove esiste una sezione chiamata work in progress. E’ li che abbiamo mandato la prima stesura del film, ed è li che il direttore del Festival di Locarno l’ha visto e selezionato.
Il tuo film è tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Carlotto, Jimmy della Collina, ma il racconto viaggia tra il Veneto e la Sardegna. Tu invece lo hai ambientato interamente nell’isola. Come hai lavorato sul testo di Carlotto e come si sviluppa la storia?
Jimmy è un adolescente che approda all’interno di un carcere minorile perché non ha compiuto diciott’anni per pochi mesi. Rispetto al romanzo di Massimo diventa da subito un ragazzo sardo, affascinato più che dal crimine, da ciò che ci ruota attorno. All’inizio ho guardato alle caratteristiche del film di genere ma piano piano la realtà entra a far parte del tessuto narrativo: il carcere, la Collina. Alcune storie che raccontiamo sono successe veramente. Spesso il film sfocia nell’onirico ricordando quello che diceva Kusturica, “i sogni entrano naturalmente nella realtà”. L’idea principale di Jimmy è sfidare gli altri e se stesso. Gioca a fare il piccolo criminale pensando di poter superare tutte le difficoltà della vita: il rifiuto della fabbrica di suo padre, la famiglia di operai, il rifiuto delle sicurezze piccolo borghesi. Un ragazzo che usa il crimine come veicolo per sognare. E ne rimane impigliato. Alla fine ho lasciato lo spazio al dubbio. Jimmy sintetizza tante storie di ragazzi che sono passati nel carcere minorile e che hanno vissuto l’esperienza del recupero all’interno de “La Collina”, un luogo dove Don Ettore Cannavera sperimenta il recupero dei giovani carcerati attraverso una responsabilizzazione, restituendo a loro la dignità del lavoro e delle relazioni umane. Per un anno e mezzo insieme alla co-sceneggiatrice, Antonia Iaccarino, vincitrice del Premio Solinas, abbiamo frequentato il carcere e la comunità. Si è formato da subito un legame stretto con questi luoghi.
Parlaci del ragazzo che interpreta Jimmy.
Il ruolo di Jimmy è stato affidato a Francesco Origo. L’ho incontrato in un laboratorio teatrale, e si è dimostrato da subito un ragazzo di grande intensità interpretativa. Il resto del cast ha qualcosa di incredibile. E’ difficile distinguere l’attore professionista rispetto a chi si trova per la prima volta a recitare. Un’attenzione particolare è rivolta ad un personaggio femminile, Claudia, che nel film è interpretata da Valentina Carnelutti. Claudia è ispirato a un personaggio reale: Antonio. Un ragazzo con alle spalle l’esperienza del carcere con un passato molto duro. Finita la pena era rimasto alla Collina ed era diventato uno dei collaboratori più stretti di don Ettore. Una notte Antonio muore per arresto cardiaco davanti al televisore. Secondo don Ettore spesso gli operatori migliori per i ragazzi sono quelli che hanno un passato difficile. Così è nata Claudia che, come nel romanzo di Carlotto, lavora alla Collina. Nella nostra sceneggiatura nasconde un segreto profondo, un passato doloroso che ha segnato la sua vita e che alla fine racconta allo stesso Jimmy.
Chi sono i tuoi collaboratori?
Ho la fortuna di lavorare da anni con le stesse persone. Gian Enrico Bianchi è un direttore della fotografia straordinario. Alla scenografia c’è Marianna Sciveres. Francesca Leondeff cura i costumi. Il montaggio è affidato ad un ragazzo giovane e talentuoso, Johannes Nakajima. Un ruolo importante è affidato al suono curato da Riccardo Spagnol con il quale abbiamo cercato di riprodurre le sonorità proprie di ambienti come il carcere, la fabbrica. Per le musiche ho contattato un gruppo emergente del panorama rock cagliaritano, i Sickitikis che ormai vivono a Torino e sono prodotti dai Subsonica. Il film è stato girato in cinque settimane fra le città di Cagliari, Sarroch, Quartucciu, Serbania.
Dietro il tuo film c’è una vicenda produttiva fortunata.
Sì, devo proprio confessarlo. La produzione è della X Film di Roma del giovanissimo Guido Servino. Abbiamo avuto una piccola quota dalla Regione Sardegna e da alcune istituzioni locali. Una parte consistente del budget è arrivata da una fondazione privata sarda, la Ope, una cooperativa di costruzioni formata anni fa in Sardegna da un gruppo di muratori che nel tempo è diventata una importante realtà imprenditoriale che investe anche nella cultura. Quest’aspetto è in qualche modo rivoluzionario nel nostro settore. Inoltre la produzione esecutiva del film è stata affidata ad un gruppo di ragazzi sardi che sono riusciti ad organizzare al meglio le risorse.
Stai già lavorando ad un nuovo progetto?
Sì. E’una storia che ha che vedere con la mia formazione a teatro. Un road movie per raccontare, oggi, la storia di questo gruppo di attori teatrali, ognuno con le proprie ansie e speranze, attraverso un’arte che per anni è stato il veicolo per far circolare la cultura in Sardegna.