Intervista - Roberta Torre
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| di Barbara Corsi |
| EROS E THANATOS La doppia vita di una studentessa al centro di “Mare nero”, storia di desideri e paure con un inedito Lo Cascio e Anna Mouglalis. |
Roberta Torre ha lasciato la Sicilia. Non solo dal punto di vista personale, come luogo dove vivere, ma anche da quello artistico, come fonte di ispirazione del suo cinema. Totalmente diversi sono i paesaggi e le atmosfere del nuovo film, Mare nero, un noir “a luci rosse” lontano dai toni melodrammatici di Angela e ancor più dai coloratissimi musical Tano da morire e Sud side story che l’hanno resa famosa. Oggi la regista esprime il desiderio di un cinema diverso, e cita David Lynch come fonte di ispirazione per una storia incentrata su una doppia identità femminile.
Durante l’indagine sull'omicidio di una bellissima ragazza, studentessa modello di giorno, frequentatrice di locali porno la notte, l’ispettore di polizia Luca (Luigi Lo Cascio) comincia a nutrire dubbi sul comportamento della sua compagna, Veronica (Anna Mouglalis), da poco trasferitasi dalla Francia per vivere con lui. Nella sua mente le immagini delle due donne si sovrappongono, in un delirio di gelosia sempre più ossessivo.
Sembra che ad ogni film lei affronti il tema dell’eros in modi diversi: prima due musical, poi un melodramma e ora un noir…
Il mio interesse principale è per il lato oscuro dell’essere umano e l'erotismo, la passione amorosa sono luoghi privilegiati per la messa in scena delle ossessioni. Questo film è un viaggio interiore
nel desiderio e nelle paure che nascono dal timore di perdere la persona amata. Nel caso del desiderio maschile, queste paure si associano a un’immagine della donna sempre duplice, da un lato rassicurante, dall’altro demoniaca, un po’ mamma un po’ Messalina. Quest’ultimo aspetto attrae l’uomo ma allo stesso tempo lo destabilizza dal punto di vista sentimentale ed emotivo, portandolo, nel caso del protagonista, a proiettare sulla donna le proprie fantasie allucinate. La gelosia diventa morbosa quando Luca comincia a immaginare che Veronica abbia una vita parallela, nella quale frequenta locali per scambisti.
Come ha rappresentato nel film questi luoghi dell’erotismo?
Prima di girare ho visitato una serie di locali per scambisti, e quello che mi ha colpito di più è stata la mancanza totale di vitalismo che vi si respira. Di solito si associa il sesso a una forma di vitalità e invece ho visto compiersi una specie di rituale macabro, proprio come lo ha rappresentato Stanley Kubrick in Eyes wide shut. Tutto si svolge con grande lentezza, con una ritualità dei movimenti, che non fa pensare certo a una trasgressione felice o godereccia. Nel buio nessuno ha più un’identità, un volto: le persone diventano pezzi di corpi che si uniscono. È molto inquietante e molto legato a un senso di morte.
L’eros non è molto frequentato dal cinema italiano negli ultimi anni. Perché, secondo lei?
È come se si avesse paura del corpo, che invece è l’essenza del cinema. Si pensi a quello che rappresentano le attrici: corpi femminili pieni di mistero. Il cinema si occupa poco del desiderio, e il desiderio, slegato dal corpo, diventa astratto.
Nella scena iniziale del film si assiste al ritrovamento in mare di una statua di satiro. Il riferimento è a un’antica cultura più consapevole del sesso?
Ho vissuto realmente quest’episodio, che mi ha creato molta inquietudine personale. Ricordo che, subito dopo il ritrovamento, i sommozzatori misero il satiro in una vasca piena d’acqua e io provai un irresistibile desiderio di toccarlo. Misi il dito nella vasca e mi sentii risucchiata in millenni passati, in una cultura dove la sensualità e il corpo avevano un’importanza che non hanno più. Nella nostra cultura il corpo è svuotato e separato dalla mente, non c’è corrispondenza fra il dentro e il fuori. L’identità è perduta in questa messa in scena di donne perfette, rifatte tutte nello stesso modo.
Che rapporto c’è fra mente e corpo in Mare nero?
Attraverso il corpo, la mente prende delle strade folli, seguendo un istinto che non si riesce a dominare. Il film vuole essere anche un inno all’istintualità, al desiderio che divora e porta il protagonista a perdersi nelle sue ossessioni.
È la prima volta che Luigi Lo Cascio recita in un ruolo così “fisico”. Perché ha scelto proprio lui?
Mi serviva un uomo che avesse una fisicità slegata dai cliché maschili, attraente ma allo stesso tempo astratta. Luigi è un attore molto cerebrale, e quindi adatto a rappresentare un viaggio nell’istinto che parte dalla testa. Anche se finora ha sempre fatto parti da bravo ragazzo, intuivo in lui un lato oscuro fortissimo, e volevo che lo tirasse fuori in questo film. Avevo ragione: era una corda che aveva dentro di sé e che non era mai stata usata.
Le musiche di Mare nero sono di Shigeru Umebayashi, autore della colonna sonora di In the mood for love, un altro film sul desiderio non consumato…
È vero, il desiderio è più interessante quando resta inespresso. Durante la lavorazione di Angela ho cercato di contattare Umebayashi senza successo. L’ho incontrato a Tokyo durante una proiezione del film, ed è nata una grande amicizia. Per Mare nero ha costruito un mondo di suoni pieno di inquietudine, raffinatissimo e rigoroso senza essere mai freddo. È riuscito a coniugare le due anime del noir e della passione con una sensibilità europea, pur essendo la prima volta che lavorava in Europa.
Nei film precedenti l’ambientazione e i colori avevano una connotazione molto forte. In questo caso?
Diversamente dai primi film il paesaggio non ha caratteristiche precise, e il tono del film è molto dark, con colori freddi e luci scure. Il distretto di polizia dove l’ispettore lavora è fatto di enormi corridoi e passaggi sotterranei dominati dal nero, che contrasta col bianco accecante del mondo di sopra. Sopra e sotto: la dimensione visibile e la vita nascosta sotto di essa, nera come l’interno dei locali porno e come i lati sconosciuti delle persone.