Intervista
Fernando Meirelles: The Constant Gardener

di Marco Spagnoli
AN ENGLISHMAN IN NAIROBI
Un diplomatico, una attivista, una storia d’amore e morte dal romanzo di Le Carré. Dirige il brasiliano Fernando Meirelles, dopo “City of God”.

 

Il successo dello straordinario City of God ha consentito al regista brasiliano Fernando Meirelles di approdare sulla scena mondiale con una coproduzione internazionale. L’occasione per questo esordio è in un certo senso dovuta in parte a Harry Potter: quando è stato chiesto al regista Mike Newell se volesse dirigere Il calice di fuoco, quest’ultimo ha di fatto ceduto a Meirelles il suo posto per la regia di The Constant Gardener, tratto dall’omonimo romanzo di John Le Carré.  “Previa approvazione di Ralph Fiennes”, puntualizza il regista dell’intricata storia di passione e attivismo politico ambientata in Kenya. “Fernando non aveva bisogno della mia approvazione”, ribatte divertito l’attore britannico. “Mi è stata sottoposta una lista di nomi e quando mi hanno chiesto cosa pensassi di lui mi sono detto entusiasta, perché avevo molto amato City of God.Ironico e brillante come i suoi film, Meirelles domanda all’intervistatore: “Possiamo parlare italiano e non inglese? Capisco la sua lingua molto bene”. Quando gli chiediamo dove l’abbia imparata, la risposta sembra rispecchiare in gran parte il suo cinema e la sua filosofia: “Non lo so: dalla vita…”.

Qual è stata la genesi di The Constant Gardener?

Prima di lavorare a questo film non avevo mai letto alcun romanzo di John Le Carrè. Mentre mi trovavo a Londra mi è stato fatto vedere lo script e mi sono subito detto interessato, sia alla storia che alla possibilità di girare in Kenya. Dopo avere letto anche il romanzo ero pienamente convinto di lavorare ad un soggetto così interessante.

Dalla sceneggiatura è stata tagliata la parte italiana del romanzo…

Sì, ma non quella canadese. Abbiamo girato in Canada e avevamo una sequenza di sette minuti che, però, alla fine mi sembrava così ridondante che ho deciso di tagliarla. Alla fine è stato meglio così perché mi sono concentrato su Londra e il Kenya.

Quello che colpisce di più di The Constant Gardener è l’equilibrio raggiunto tra i suoi vari elementi, al punto da far pensare ad un nuovo genere che sia al tempo stesso un thriller, una storia d’amore e un film dal notevole impatto sociale. Come ci è riuscito?

Originariamente si presumeva che The Constant Gardener dovesse diventare un thriller. Il problema è che io non amo questo genere di film, non li guardo e non ho alcuna idea di come si giri un thriller. Forse più che di un nuovo genere si tratta del miglior thriller che sono riuscito a fare in base alle mie modeste conoscenze e capacità. Questo film è nato in sala di montaggio ed è lì che ha preso forma.

Non amando il genere a quale tipo di film si è ispirato?

L’unico film che ho visto un paio di volte prima di girare il film è stato The Insider di Michael Mann. E’ il solo thriller che abbia amato tantissimo nella mia vita. Credo che tra le due storie ci sia una qualche somiglianza. E’ stata una vera ispirazione.

Il film è molto britannico anche nei suoi toni più sexy: è stato difficile immergersi in questa cultura e comprenderla fino in fondo?

No. Era chiaro che oltre all’elemento britannico ci fosse la vita dei diplomatici da raccontare. Persone che hanno scelto di vivere seguendo un codice da cui è difficilissimo distaccarsi. L’attrazione tra i due protagonisti era quasi difficile da giustificare: perché un uomo decide di sposare una donna che lo ha sfidato pubblicamente di fronte a una platea? D’accordo, vanno a letto insieme, ma c’è qualcosa di più oltre all’attrazione fisica. Alla fine, però, è stata l’interpretazione dei due attori a rendere comprensibile e giustificabile il legame tra i due. Leggendo la sceneggiatura io stesso avevo dei grandi dubbi. Vedendo sul set le scene recitate da Ralph e Rachel ho capito io per primo qual era il senso misterioso dell’amore tra i due personaggi principali e il suo ‘tono’ di complicità e comprensione è stato qualcosa di molto spontaneo.

Come è nata questa alchimia tra i due attori?

Non abbiamo provato le scene e alcuni momenti sono stati improvvisati sul set. E’ stata una fortuna che la loro simpatia reciproca abbia portato a questo risultato.

Parliamo dell’elemento politico della trama: un passaggio necessario dopo City of God?

Ero molto interessato alla storia di questo film, ma sinceramente non sono né un militante, né tanto meno un attivista. Non mi interessa essere un regista politico, ma semplicemente raccontare storie che mi interessano. Adesso sto preparando una commedia romantica sulla globalizzazione. Sarà un film molto divertente…

A proposito: crede che ci siano dei punti di contatto tra i temi affrontati nel documentario The Corporation e The Constant Gardener?

Sì, ce ne sono molti: ho visto The Corporation mentre stavo montando a Londra il mio film e io stesso sono rimasto sorpreso dalle  somiglianze. The Constant Gardener affronta temi importanti e spinosi come l’attività delle industrie farmaceutiche in Africa, ma anche come le multinazionali lavorano insieme ai governi e come li controllano.

E adesso?

Come il mio collega Walter Salles lavoro con finanziatori internazionali. Continuo a vivere a San Paolo in Brasile, e non ho intenzione di andarmene. Ho ricevuto molte offerte, ma preferisco non andare a Hollywood per fare i film degli Studio. Il mio sogno sarebbe emulare Pedro Almodòvar facendo film brasiliani destinati al pubblico mondiale. Vedremo…

 


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