Senza destino
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| di Lajos Koltaj |
| Sceneggiatura: Imre
Kertesz dall’omonimo romanzo Fotografia: Gyula Pados Scenografie: Tibor Lazar Montaggio: Hajnal Sello Musiche: Ennio Morricone Interpreti: Marcell Nagy, Áron Dimény, András M. Kecskés, József Gyabronka, Endre Harkányi, Daniel Craig Produzione: Andrai Hamori Prod. con Hungarian Motion Picture, Magic Media, EuroArts Medien, Renegade Films Distribuzione: Medusa Ungheria/Germania/Gran Bretagna 2005 - colore 133’ |
Il romanzo d’esordio del premio Nobel 2002 Imre Kertesz, primo di una produzione che rielabora e ripercorre l’Olocausto, diventa un film sceneggiato dallo stesso scrittore, prima regia per l’apprezzato direttore della fotografia di Istvan Szabo e di Giuseppe Tornatore, candidato all’Oscar per Malena.
Senza destino è incentrato sull’anno cruciale nella vita del 14enne Gyuri, come di milioni di ebrei europei. Nell’estate del 1944 i nazisti, a pochi mesi dall’invasione dell’Ungheria, iniziano le deportazioni nei campi di concentramento. L’ingresso nell’età adulta, parallelamente al confronto con la propria identità e appartenenza, avviane quando il padre viene avviato ai lavori forzati. La stella gialla sul petto, gli sforzi di capire i motivi di tanta ostilità, l’attaccamento alla figura paterna lo persuadono a rimanere con la comunità ebraica anziché con la madre separata, non ebrea. Ottenuto un lavoro in fabbrica e un lasciapassare, il ragazzo sarà prelevato dall’autobus, trattenuto nel ghetto sotto le bombe alleate e infine avviato ad Auschwitz.
Tutto avviene in un’aura di “normalità”, senza picchi emotivi nella narrazione ma in un flusso costante che annichilisce nella sua ordinarietà. Sin dall’inizio della discesa agli inferi, in Gyuri scatta la consapevolezza di poter essere ucciso in qualunque momento, e il conseguente, disperato attaccamento a qualunque pretesto per sentirsi vivo, per dare un senso alle sofferenze. Che non gli saranno lesinate, soprattutto nella seconda ora in cui i dialoghi sono ridotti al minimo, tra tonalità che dall’ocra e marrone scivolano nel grigio. Di campo in campo, cerca di resistere al duro lavoro mantenendo un barlume di autostima. Ma è dura quando la fame si fa lancinante, quando si è costretti a stare in piedi per ore oscillando come spighe al vento. Tra pidocchi e vermi nelle ferite infette, Gyuri arriva a nascondere la morte del vicino per avere una razione extra. Eppure il ragazzo sopravvive agli stenti, sorprendentemente curato e accudito; la liberazione è simboleggiata dal soldato ebreo americano (un cameo di Daniel Craig pre-007), che gli consiglia di emigrare negli Usa. Il ragazzo preferisce invece tornare a Budapest tra l’ostilità dei concittadini e l’invito degli anziani ebrei a voltare pagina, dimenticando la sorte infausta secondo un fatalismo atavico. Ma Gyuri si trova a riflettere sulla necessità di rinascere pur senza rinnegare l’atroce esperienza; al contrario, elaborandola come ormai una parte di sé, vissuta e dunque accettata, anche nel ritorno alla vita con la madre, al futuro che il destino sembrava serbargli prima dell’orrore.
La condizione ebraica come sfida morale, le potenzialità catartiche insite nell’Olocausto, punto zero per l’umanità e apertura ad un futuro possibile rappresentano l’originalità dell’ennesimo approccio alla tragedia del XX secolo, condensate in un film di non facile taratura per l’assenza di enfasi e scene madri; l’aneddotica degli orrori del quotidiano (tra cui, come in Schindler’s list, le docce che non sai se porteranno morte o sollievo) costruisce un nucleo robusto, anche se stilisticamente non molto compatto. Le immagini eleganti, quasi monocromatiche di Gyula Pados e le musiche semplici ma profondissime di Ennio Morricone nobilitano un’opera (in concorso a Berlino 2005) che deve molto allo sguardo di Tornatore, e che dietro all’elegante confezione riserva spunti di riflessione che non si esauriscono sullo schermo.
Mario Mazzetti