A History of violence |
| di David Cronenberg |
| Sceneggiatura: Josh
Olson dalla storia a fumetti di John Wagner e Vince Locke Fotografia: Peter Suschitzky Montaggio: Ronald Sanders Musiche: Howard Shore Interpreti: Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt, Ashton Holmes Produzione: Benderspink, New Line, MMV Media Distribuzione: 01 Distribuzione Usa/Germania 2005 – colore 92’ |
In una piccola città dell’Indiana, Tom Stall gestisce un ristorante e conduce una vita serena con la moglie avvocato e i due figli. La loro tranquillità viene sconvolta quando l’uomo, per sventare una rapina a mano armata che sta degenerando in tragedia, uccide i due malviventi. I media lo trasformano in eroe popolare, e gli equilibri familiari subiscono un ulteriore colpo quando un minaccioso individuo si presenta in città rivelando che Tom, con una diversa identità, sarebbe l’artefice della cicatrice che porta sull’occhio. Messo sotto pressione, l’equilibrio dell’uomo sembra vacillare, mentre la famiglia manifesta una solidarietà non scevra da sospetti sulla vera identità del marito e padre modello. La tensione, manco a dirlo, finirà per esplodere.
È un gran bel film A history of violence, in concorso a Cannes, in cui Cronenberg prosegue l’esplorazione del lato oscuro dell’individuo, delle sue ossessioni e devianze. Di primo acchitto sembra allentare i collegamenti tematici con l’opera del visionario autore canadese, che qui interviene in un progetto già in piedi: eppure, anche questa volta ha al centro una metamorfosi, una trasformazione non tanto nel fisico (Inseparabili, Crash, La mosca) quanto nell’anima di un uomo colpito dagli eventi. Intrattiene e allo stesso tempo disturba, con il suo sguardo distorto su una famiglia felice in una ridente cittadina di provincia.
Non è un film sull’ultraviolenza, ma inietta come in Lynch – seppure in un contesto realistico, scevro di visionarietà – l’incubo nella vita quotidiana, dove la violenza esplode improvvisa (la strage iniziale nel motel, la rapina al diner’s, la resa dei conti). Il contesto ordinario la rende brutale e verosimile e dunque intollerabile, sebbene la fonte di ispirazione (come in Era mio padre) sia una storia a fumetti, con tutta la forza iperbolica dei momenti topici.
È un film sull’identità da difendere dagli assalti del mondo esterno, sul timore che affiorino pulsioni represse o dimenticate. Ottima, in tal senso, la scelta di Viggo Mortensen nel ruolo dell’uomo integerrimo con un lato oscuro, che si affranca di colpo dall’Aragorn de Il signore degli anelli. Il personaggio di Ed Harris, deturpato criminale di origini irlandesi, è la chiave di volta del film: quando entra nel ristorante di Tom ogni cosa cambia. Gli attribuisce un vissuto improbabile, un’identità aliena con cui tutti dovranno fare i conti. William Hurt è un gangster sui generis, impagabile. Maria Bello è la moglie la cui dedizione intelligente inizia a incrinarsi quando il marito viene descritto come uno sconosciuto. Anche nella sfera intima si avverte netta un’evoluzione: simbolica nella sua sopraffazione, la scena di sesso sulle scale di casa indica che la loro intesa non sarà più la stessa.
Sebbene dettata dall’istinto di difendere se stesso e i propri cari, la violenza improvvisa all’interno della comunità lascia segni indelebili, e chiama altra violenza in un turbinio inarrestabile nel quale l’uomo pacifico non viene più percepito come tale da familiari e amici. In particolare dal figlio pavido, tormentato dai compagni e incapace di reagire, che trova nel padre un modello di pacatezza, di saldezza morale al di là della forza fisica. Gli eventi lo costringeranno a rivedere le coordinate familiari, il riferimento alla figura paterna e anche la propria attitudine a reagire agli attacchi.
Mario Mazzetti