Wolf Creek |
| di Greg McLean |
| Sceneggiatura: Greg
McLean Fotografia: Will Gibson Montaggio: Jason Ballantine Musiche: François Tetaz Interpreti: John Jarratt, Nathan Phillips, Cassandra Magrath, Kestie Morassi Produzione: The True Crime Channel Distribuzione: Timecode Australia 2004 – colore 95’ |
Incubo turistico, simmetricamente diviso tra commedia giovanile di formazione e thriller sanguinolento senza via di scampo, “Wolf creek” rende omaggio a molti padri nobili, dallo spietato Spielberg di “Duel” alla vacanza avventurosa che diventa tragedia di “Un tranquillo weekend di paura” di John Boorman. Il film ribalta l’idea del ricongiungimento con i paesaggi silenziosi e dell’armonia con la natura, cancellata dalla brutalità della specie umana sotto cieli e tramonti australiani, che da bellissimi diventano ultimi bagliori di luce ed ingannevoli riflessi di speranze perdute.
Tre ragazzi partono a visitare un cratere di origine meteoritica, ma arrivati a destinazione, dopo essere risaliti in macchina, restano in panne. Durante la notte vengono aiutati da un campagnolo che gentilmente si offre di aiutarli, conducendoli però dentro l’orrore e la paura. McLean ha ripassato, con profitto, le regole fondamentali della tensione, applicando il senso di sconvolgimento e distorsione allucinata della realtà, mostrando lo smarrimento incredulo dei giovani, che conservano come in tutte le pellicole horror un’imbarazzante ingenuità e la predisposizione a mettersi nei guai.
Partendo da un fatto di cronaca realmente accaduto, l’assistente di Baz Luhrmann dilata il fascino irresistibile dell’isolamento rassicurante dei grandi spazi, innesca oliati meccanismi della tensione crescente con un’accelerazione dell’angoscia e della disperazione. La costruzione del racconto è articolata su più punti di identità con il film di Boorman: il rito iniziatico del viaggio senza meta, l’ostilità al bar dei residenti contro i visitatori, l’avvicinarsi del pericolo, il massacro punitivo, ma rispetto al modello amato e ricalcato, il regista aggiunge la mancanza della ragione, plasmando i colori accesi per farli diventare inevitabili indizi del dramma.
“Wolf creek”, proiettato nella “Quinzaine des realizateurs” a Cannes 2005, azzera le psicologie, imboccando strade senza ritorno, cancellate dalle mappe, in cui le urla e i colpi di machete restano sempre Sos senza risposta, ma con intelligenza creativa riesce a confezionare un horror sadico e paradossale sul rispetto dei confini e sulla difesa naturale degli orizzonti perduti. E’ un racconto di profonde e disturbanti metamorfosi, scandito dalla metodica mutilazione e scomparsa dei corpi, dall’annullamento individuale della personalità, risucchiata come ad Ayers Rock nei suggestivi misteri australiani. Girato con stile nervoso ed essenziale, si trasforma in apologo sulla possibile manipolazione della verità e del sospetto, tra macchie incancellabili di traumi e violente ossessioni. “Wolf creek” rovescia i luoghi comuni del terrore, mettendo al centro, come uomo nero, il cacciatore di canguri, e trasformando il diario di bordo in un saggio sulla vulnerabilità umana, influenzato stilisticamente dalle regole “dogmatiche” sulla banalità del male, in un percorso devastante sulle deviazioni inattese e pericolose dell’esistenza.
Domenico Barone