Texas |
| di Fausto Paravidino |
| Sceneggiatura:
Fausto Paravidino, Iris Fusetti, Carlo Orlando Fotografia: Gherardo Gossi Montaggio: Giogiò Franchini Interpreti: Valeria Glino, Valerio Binasco, Fausto Paravidino, Riccardo Scamarcio, Iris Fusetti, Carlo Orlando Produzione: Fandango, Medusa Film Distribuzione: Medusa Italia 2005 – colore, 104’ |
Il Texas di Fausto Paravidino non è negli Stati Uniti ma in Piemonte. È una periferia come tante altre dei nostri giorni: ne fanno parte la cittadina e le cascine di campagna insieme. È un mondo piccolo, con le sue abitudini, i suoi luoghi di ritrovo, i volti noti. Enrico vi ha trascorso tutta l’adolescenza e vi fa ritorno dopo alcuni mesi passati in città. Gli amici sono ancora tutti lì, come ogni sabato si rivedono a casa di Elisa, alla quale i genitori, eterni assenti, affidano la villa e il fratellino. “Texas” racconta tre giornate, tre sabati nella vita del gruppo di amici, mettendo in scena il passaggio all’età adulta, in cui i sogni si confrontano e si scontrano con le necessità della vita quotidiana.
“C’è una generazione contadina che ha visto la guerra (i nonni), una generazione industriale che ha visto il boom (i genitori), e una generazione indecisa che ha visto la televisione (i figli)” – dichiara Paravidino, che del film è regista, sceneggiatore e attore (nel ruolo di Enrico). Il problema è che questa generazione di figli che sono rimasti troppo a lungo davanti alla televisione la conosciamo ormai a sufficienza e benché il regista diriga bene il gruppo di giovani attori protagonisti, si fa strada a tratti la sensazione di déjà vu.
“Texas”, applaudito a Venezia Orizzonti, è l’opera prima di un regista giovane, formatosi principalmente nel mondo del teatro. Paravidino riempie il suo film di parole: i personaggi non sanno tacere, hanno timore dei silenzi, eppure questo elemento di verità funziona soltanto in parte nella rappresentazione filmica, perché, spinto fino all’estremo, appesantisce il risultato complessivo. Il montaggio rapido incornicia grida, schiamazzi e parole che scorrono a fiumi. Sottile, un filo rosso collega le tre giornate che compongono la storia: la voce narrante di Enrico. Troppo sottile in alcuni luoghi, questo filo costringe lo spettatore a ricostruire in tempo reale la cronologia degli avvenimenti, i legami familiari, i rapporti di coppia. Così, la freschezza di alcuni personaggi (Gianluca, Cinzia e Davide, in modo particolare) si perde all’interno di una costruzione narrativa artificiosa (il regista per fortuna non ha guardato troppo la televisione, ma forse ha guardato troppi film…). Resta una tensione reale verso l’arte del racconto, che regala alcuni momenti di ispirazione felice.
Silvia Angrisani