Intervista
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| di Marco Spagnoli |
| IL SOLE NEL
DOPOGUERRA Uno stile inconfondibile, attori eccellenti in una storia dolceamara in concorso a Venezia. |
“Questo è un film molto personale”, dice Pupi Avati. “Anche se il mio cinema parte quasi sempre dalle mie esperienze, La seconda notte di nozze esplora qualcosa di più profondo e misterioso: ricordi di profumi e di atmosfere della mia infanzia che, forse, io stesso credevo di avere dimenticato”. Presentato in concorso a Venezia, il film racconta la storia di un viaggio da Nord a Sud in cerca di quelle normalità e serenità negate dalla Seconda Guerra Mondiale. I protagonisti sono Antonio Albanese, Neri Marcoré, Katia Ricciarelli, Angela Luce e Marisa Merlini.
Questo film segue a breve giro di posta il grande successo Ma quando arrivano le ragazze?. C’è una relazione tra i due lavori?
Mentre l’altro appartiene a quel modo di guardare il presente includendo la mia esperienza di vita con una buona dose autobiografica, La seconda notte di nozze riguarda soprattutto la memoria. Il personaggio interpretato da Antonio Albanese è abbastanza ricorrente nel mio cinema: dal lontano Carlo Balla di Gita Scolastica fino al personaggio di Neri Marcoré ne Il cuore altrove sono tutti personaggi che hanno una sorta di difficoltà a rapportarsi con gli altri. Soffrono un certo disagio nel vivere un confronto con l’altro sesso e con la società nella quale sono costretti a vivere. In più, quest’ultima figura è un coacervo di debolezze e fragilità, ma al tempo stesso svolge un ruolo sociale molto importante, essendo stato incaricato di sminare i campi intorno al paese dove vive.
Un tema purtroppo molto attuale…
E’ vero: l’ex Yugoslavia, ma anche tante altre zone del mondo sono piene di mine. Io ricordo che – quando ero piccolo – alcuni bambini che conoscevo persero chi una mano, chi una gamba su delle mine. Addirittura una bambina fu uccisa da un’esplosione mentre se ne andava in giro con la sua piccola bicicletta rosa. Questo delle mine è un argomento drammaticamente importante ancora oggi.
Cosa l’affascinava, invece, dell’ambientare questo film in Puglia?
Ho voluto fare una sorta di incursione nel meridione d’Italia, dove si trattengono e si conservano le prerogative delle nostre culture. Sono convinto del fatto che, oggi come oggi, più ti muovi verso il Sud del nostro paese, più trovi l’Italia. Soprattutto l’Italia da cui provengo. Il Nord e il Centro hanno avvertito fortissimamente la spoliazione culturale dell’identità italiana. Il Meridione – nonostante tutti i suoi problemi anche drammatici – a livello culturale ha mantenuto saldo il rapporto con lo spirito e le suggestioni di quell’Italia in cui mi riconosco. Un’Italia così ‘tanto Italia’ che volevo andare a confrontare con la terra in cui sono nato e che in qualche maniera ha abdicato la sua tradizione, in cambio di una sorta di sbiadita identità centro europea in cui io, difficilmente, potrò mai identificarmi
Il viaggio fatto da Bologna verso la Puglia assume quindi un valore ‘simbolico’...
Direi proprio di sì. Queste persone – per disperazione – vanno dal Nord al Sud per incontrare il benessere e la sicurezza di terre toccate dalla guerra solo in maniera marginale. Sarà l’ultima volta che accade: solo pochi anni dopo inizierà la grande emigrazione interna verso le città come Torino e Milano. E’ un film sul confronto tra mondi distanti e antitetici, con un occhio più affettuoso e ingenuo nei confronti di un Sud ancora incontaminato.
Parliamo della scelta degli attori…
Ringrazio Dio per avere avuto un cast così straordinario. Credo di essere stato davvero miracolato. Ho unito attori che conoscevo ad interpreti del tutto nuovi per il mio cinema. A Neri Marcoré ho chiesto di interpretare un personaggio all’opposto rispetto a quello de Il cuore altrove. Antonio Albanese si è riconosciuto totalmente nel personaggio che avevo scritto per lui. Giorno dopo giorno ero assolutamente stupefatto dalla sua interpretazione e dal fatto che mi trovavo davanti ad un attore in grado non solo di interpretare perfettamente quanto avevo scritto, ma soprattutto quanto non ero riuscito a scrivere. Ha contribuito in maniera straordinaria al personaggio che io avevo immaginato. Non vorrei esagerare, ma credo che un personaggio così vicino alla sua sensibilità di interprete non l’avesse mai incontrato prima. Vederlo recitare è stato commovente. In più mi sono divertito molto a dirigere nel ruolo delle zie due grandi attrici come Marisa Merlini e Angela Luce: due vere e proprie icone della storia del nostro cinema. Sul set avevo il cinema come piace a me.
Perché ha scelto come protagonista femminile Katia Ricciarelli?
So che sulla carta poteva sembrare una scelta un po’ scandalosa o provocatoria, ma in realtà questo tipo di scelta è stata dovuta ad altro. Mi interessava poter sfruttare il suo talento e inserirlo nel contesto di un cast così notevole.
Dal suo punto di vista come considera questo film? Un dramma, una commedia?
Sebbene io ami molto i generi credo che etichettare un film in qualche maniera equivalga un po’ a ridurlo. In questo caso per me è difficile incasellare La seconda notte di nozze.
Da come ne parla sembra che questo film l’abbia divertita molto…
E’ una di quelle pellicole che io considero liberatorie, che appartengono specificamente al mio modo di fare cinema. Non voglio apparire presuntuoso, ma credo che questo tipo di cinema mi appartenga moltissimo al punto da rendere impossibile spartirlo con qualcun altro. E’ stata una lunga traversata nel deserto, ma da qualche anno credo di avere identificato un mio modo preciso di fare cinema, un mio tono di voce personale, il mio stile. Un ambito in cui mi riconosco di più e in cui mi sento libero di esprimere la mia opinione e le mie impressioni sulla vita.
La seconda notte di nozze è un altro film in costume. Perché questo continuo andare avanti e tornare indietro nel tempo…
E’ difficile spiegarlo e non credo esista una spiegazione razionale. Mi innamoro delle storie in maniera casuale. Mi diverte contraddire me stesso e muovermi in maniera leggera. Il cinema è un po’ come l’adulterio. Le storie ti devono sedurre e tu ti devi potere abbandonare a loro senza pensarci troppo su. Cerchi di qualcosa di diverso da quello che hai avuto sempre accanto. Del resto sono nato nel 1938, i miei archetipi appartengono all’immaginario degli anni Quaranta. Io vengo da un’Italia molto lontana nel tempo nei costumi, modi, atteggiamenti e soprattutto nei rapporti interpersonali. E’ un mondo che i giovani di oggi, forse, faticano un po’ a capire se non addirittura ad immaginarlo.
Per questo c’è il cinema…
Ma il cinema purtroppo può mostrare solo una porzione. Per quanto ci avviciniamo alla realtà del tempo, questa è sempre al di là dei nostri sforzi, quasi irraggiungibile. Del resto il cinema in costume che faccio, dopo i primi cinque minuti non lo è più. Obbedisce ad una ricostruzione filologicamente corretta, ma alla fine la storia che racconto ha un carattere universale. Il costume è solo un pretesto per mascherare qualcosa di più ampio… I sentimenti e le urgenze sono di carattere universale.