Intervista - Pasquale Scimeca
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| di Chiara Barbo |
| IMPARARE A VOLERSI
BENE La frattura tra Cristianesimo ed Ebraismo nella vicenda di un ebreo spagnolo fuggito in Sicilia nel ‘400, con un esito drammatico. |
Presentato alle Giornate degli autori alla Mostra di Venezia, La passione di Giosuè l’ebreo è l’ultimo film di Pasquale Scimeca, un autore impegnato e appassionato, conosciuto dal grande pubblico con l’apprezzatissimo Placido Rizzotto, che ora torna con un film di ambientazione storica: la storia del giovane ebreo Giosuè, cacciato dal regno di Spagna alla fine del Quattrocento, e approdato in un piccolo paesino di carbonai della Sicilia.
Come è nata l’idea di girare La passione di Giosuè l’ebreo, un film per diversi aspetti difficile, che richiama temi molto complessi?
E’ nata dalla “scoperta” delle origini ebree della mia famiglia, molti anni fa. Ho quindi intrapreso un lungo percorso personale, fatto di ricerche, letture, approfondimenti. Alla fine del Quattrocento in Sicilia viveva una numerosa comunità ebraica, costretta ad andarsene o a convertirsi al Cattolicesimo in seguito all’ordine dei re di Castiglia. I rimasti venivano chiamati “conversos”, e la loro è stata una vita difficile, penosa, guardati con sospetto sia dai cattolici che dagli ebrei. Era il piano umano-esistenziale ad interessarmi, e soprattutto quello religioso. Leggendo i testi sacri, la Bibbia, il Vangelo, la Torah, il Talmud, ho capito che ad un certo punto c’è stata una frattura tra Cristianesimo ed Ebraismo, e che questa frattura nasce da un equivoco, dalla negazione dell’ebraicità del Cristo, una problematica questa già affrontata nell’arte, per esempio da Chagall, ma fondamentale per chiarire, capire e offrire una possibilità di comprensione e convivenza.
Questo è uno dei punti centrali anche del suo film?
Si, ridare al Cristo la sua tradizione culturale, religiosa, che è ovviamente ebrea, attraverso una storia semplice, personale: quella, non a caso, del protagonista Giosuè e del suo esodo…. Se ci pensiamo, la figura di Cristo, simbolica e reale, è accettata da tutti: musulmani (credono in Cristo non come Dio ma come uno dei principali profeti), cattolici ed ebrei, anche se per loro ha rappresentato un problema poiché ha significato 2000 anni di persecuzione… Con il mio film, oltre a suggerire che è solo nella figura di Cristo che è possibile ritrovare l’unità fra queste grandi religioni e quindi tra i popoli, ho quindi voluto raccontare di un’altra epoca per parlare in realtà del presente e al presente. La cacciata dalla Spagna degli ebrei, e anche dei musulmani, e la conseguente costituzione di uno Stato basato sull’unità religiosa, non ha fatto altro che distruggere un sistema di valori che esisteva da secoli, e la conseguenza è stata un impoverimento della Spagna sul piano culturale, economico, commerciale. E da qui l’Inquisizione, la paura, l’intolleranza. Le corrispondenze con quello che sta accadendo oggi nel nostro paese sono evidenti… Sono convinto che ognuno debba vivere la propria religiosità e cultura rapportandosi a quella degli altri, è l’unico possibile modello di convivenza.
Quanto è durata la preparazione del film?
A parte il mio personale percorso, circa un anno. Le ricerche le ho fatte insieme a Nennella Bonaiuto, con cui ho scritto il film.
Qual è stato l’iter produttivo?
E’ un film veramente indipendente, forse l’unico negli ultimi anni in Italia. E’ stato prodotto dalla cooperativa Arbash con una piccola coproduzione catalana, e poi grazie al fondo Eurimages e con il finanziamento del Ministero. Credo che l’indipendenza sia la condizione fondamentale per la libertà di espressione. Oggi c’è il problema delle committenze, nel senso che purtroppo chi ha i soldi controlla il cinema, la televisione e l’editoria, quindi paga e commissiona quello che vuole. Inoltre, al momento c’è un sostanziale blocco nella produzione del cinema italiano, è sempre più difficile mettere in piedi un film, è un sistema che non funziona: i contributi pubblici sono semi paralizzati e la televisione produce solo fiction. Bisognerebbe cambiare sistema, prendere a modello la Francia, per esempio.
Quando va al cinema cosa va a vedere?
Vedo quello che c’è in programmazione, d’altra parte il cinema oggi è abbastanza omologato.
Tornando al film, come ha scelto il cast?
Ho usato principalmente attori miei, che amo, che hanno fatto tutti i miei film: Anna Bonaiuto, Marcello Mazzarella, Toni Bertorelli, Giordana Moscati, più diversi non-attori. Per il protagonista ho scelto Leonardo Cesare Albude, cercavo un volto non europeo, e dopo molte ricerche l’ho trovato. Lui è di origine libanese-spagnola, è molto bravo, era la persona giusta…
Dov’è stato girato il film?
Abbiamo girato dodici settimane sulle Madonie, a Castelbuono, una parte nel Lazio, la nave e la tempesta in mare a Cinecittà, e poi sui Pirenei. Lì abbiamo girato la scena dell’esodo durante una tempesta di neve, vera, e sono state forse le scene più difficili perché girate in condizioni estreme.
Com’è arrivato al cinema?
Insegnavo al liceo, quella per il cinema era una grande passione che poi, nel 1989, è diventata un lavoro. Ho fatto una serie di film sulla civiltà contadina siciliana, dall’Ottocento alla fine della guerra, fino a Placido Rizzotto, con lo sgretolarsi della civiltà contadina… E ho fatto dei documentari, sul movimento brasiliano dei Senza terra, con Roberto Torelli, e Nella tana del lupo, su alcuni giovani sindaci di paesi ad alta densità mafiosa.
I suoi film sono tutti ambientati in Sicilia, nella Sicilia del passato, quasi capitoli di uno stesso film. Ha mai pensato di fare un film contemporaneo e non ambientato in Sicilia?
Un film contemporaneo si, vorrei farlo. Riguardo alla Sicilia, è difficile dirlo… Come diceva Sciascia, la Sicilia è una metafora del mondo. Il problema è se oggi la Sicilia può avere ancora questo aspetto di metafora, sinceramente non lo so… ma noi siciliani facciamo fatica a staccarci dalla nostra terra!