Intervista - Antonio Capuano
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| di Barbara Corsi |
| PROVE DI MATERNITA’ Un bimbo “difficile” affidato a una coppia borghese. Una sfida coraggiosa per l’autore napoletano, in concorso a Locarno. |
Antonio Capuano dice che il complimento più bello per il suo ultimo film, sarebbe che si potesse pensare che è stato scritto da una donna. La guerra di Mario è infatti un film molto “al femminile”, che affronta i delicati temi dell’affido familiare e del desiderio di maternità attraverso il personaggio di Giulia, donna borghese molto semplice e senza orpelli di bellezza, che insegna storia dell’arte all’Accademia. Protagonista del film, presentato al festival di Locarno, una quasi inedita Valeria Golino (con i capelli lisci), accanto ad Andrea Renzi e Anita Caprioli.
Dopo Vito e gli altri e Pianese Nunzio ancora una storia di bambini.
Ho preso spunto dalla vicenda di un’amica mia che ha tentato un affido. Come dice Ben Jelloun sono le storie che vengono da te... In effetti, può darsi che io sia particolarmente attento al mondo dei bambini, ma sempre in relazione con noi, perché fanno parte del nostro mondo e raccontano di noi. In questo caso la protagonista, Giulia, ha un bisogno di maternità problematico, che tenta di risolvere con l’affido di un bambino di nove anni, Mario. Il film racconta questo periodo di prova, fino alla sentenza del tribunale che le toglie il bambino. Il rapporto fra loro è molto teso, psicologicamente non lineare, ma sempre comunque dettato dal bisogno d’amore di questa donna, che risale forse alla relazione conflittuale che lei a sua volta ha con la madre. Giulia si innamora perdutamente di questo bambino - con anche delle implicazioni erotiche non raccontate - al punto da far allontanare il marito, che va via di casa. Il maschio si accorge che è arrivato un altro maschio nel suo territorio, ed entra in competizione.
"Mamma d'estate, mamma d'inverno, mamma della primavera, mamma di lunedì, mamma di martedì, mamma che oggi é mercoledì…": che significato ha la filastrocca che fa da sottotraccia alla storia?
È stata scritta dalla persona a cui è ispirato il film e sta a significare che l’amore non conosce attimi di pausa, anche se si vive sui bordi, sugli estremi. L’ho messa perché trovo che sia di un'intensità sconvolgente. Nella realtà questa persona si è persa, ma nel film si ventila la possibilità di un futuro felice per Giulia, quando si scopre che è incinta. In un film così disperante ho voluto mettere una nota positiva, perché una donna incinta è sempre un miracolo.
Giulia alla fine imparerà a fare la madre?
C’è una battuta carina che Mario rivolge a Giulia: “Tu vuoi imparare a fare la mamma, ma devi imparare ancora un sacco di cose”. Lui ha delle intuizioni lancinanti e parla della maternità di Giulia con sincerità e tenerezza. Mario è una specie di rabdomante, come tutti i bambini. Io ho molta fiducia nei bambini, credo che abbiano una sensibilità straordinaria che a mano a mano si appanna, fino a farci diventare quello che siamo.
Con chi o che cosa è in guerra Mario?
Mario è un bambino in guerra perché la sua vita è stata una guerra. È stato tolto alla madre in tenera età e ha vissuto in una casa famiglia di monache, dove Giulia lo incontra. Lui che viene da una zona di disastri sottoproletari ed è ormai un po’ disadattato, improvvisamente si trova in una casa borghese, lontanissima dal suo ambiente. Nella realtà il bambino a cui mi sono ispirato collezionava ritagli di bambini africani armati: nel film ho voluto mantenere questa traccia perché mi sembrava un segno dei tempi. Tutti noi viviamo una guerra continua, fra gli avvenimenti nazionali, internazionali, regionali e rionali: stando a Napoli, puoi capire. Già un adulto è a disagio, figuriamoci un bambino senza nessuno, sbattuto da una casa famiglia, a una famiglia e poi alla fine - come sentenzia il tribunale - a un'altra famiglia ancora. Questo titolo mi sembrava pertinente.
La diversità fra classi sociali è una causa dell’incomunicabilità fra Giulia a Mario?
Certamente. Si vive in una contemporaneità dove le varie culture di una stessa città non si parlano, perché non c’è la possibilità fisica di incontrarsi e neanche la volontà. Le diverse classi sociali sono incapaci di fare storia insieme. Giulia, da borghese colta, ha una simpatia, un’attrazione verso il mondo sottoproletario dal quale viene Mario, come gli intellettuali negli anni Settanta, da Pasolini in poi. Spinta dall’amore che sente per il bambino, tenta di avvicinarsi a questo mondo, ma poi capisce che è troppo distante da lei, è un altro tipo di vita. Il bambino le è ostile e il solo rapporto che riesce a instaurare con lui è di tipo utilitaristico, non profondo come lei vorrebbe. Giulia si sforza in tutti i modi di conquistarlo, ma non ci riesce, e intanto perde pezzi.
Che ruolo ha Shad-sky, il compagno immaginario di Mario?
Serve a riempire la sua solitudine. Poiché non ha mai conosciuto il padre, si immagina almeno di avere un padre-eroe immaginario in un altrove. Nella scuola del quartiere borghese che frequenta, Mario dice a tutti che viene da un altro pianeta ed è sulla terra da pochi mesi. Non riconoscendosi in niente, trova un riferimento in questo personaggio della sua immaginazione, che noi non vediamo mai. Ne La guerra di Mario non ci sono quelle fughe dalla realtà che hanno caratterizzato alcuni miei film precedenti, se non fosse per le fantasie del bambino, che sono consentite e “perdonate”. In questo film me ne sono proprio fregato della bella inquadratura, con grande accordo e felicità del direttore della fotografia Luca Bigazzi. Abbiamo adottato uno stile di ripresa frugale, perché in questa storia è più importante cosa si inquadra di come si inquadra.