Speciale documentari
AUTORITRATTO ITALIANO

di Mario Mazzetti
Riflessioni sulla produzione documentaristica nazionale, a partire dalle opere in lizza per il David di Donatello.

 

In questi giorni, mentre La strada di Levi di Davide Ferrario viene ammesso ai finanziamenti statali e nuovi titoli si affacciano timidamente nelle sale (Mondovino, Supersize me, La morte sospesa, l’intenso Passaggi di tempo di Cabiddu), si può tracciare il bilancio di un anno di documentari italiani a partire dalle opere in gara per il David di Donatello, che dal 2004 ha istituito un’apposita categoria.

Delle difficoltà produttive, dei rapporti altalenanti con le televisioni, del crescente interesse del pubblico si è parlato agli Stati generali promossi lo scorso ottobre dall’associazione Doc/It, come a Ravenna nell’ultima edizione degli Incontri del cinema d’essai. In questa sede si tenta un approccio strettamente contenutistico, partendo da un ventaglio di titoli tutt’altro che esaustivo per tastare il polso al settore al di là delle rassegne specializzate come il Premio Libero Bizzarri o il Nuovo Cinema di Pesaro.

Complice le rinnovate possibilità offerte dal digitale, è cresciuto da un anno all’altro il numero di opere in lizza per il David di Donatello e, pur senza trarre conclusioni affrettate circa un incremento produttivo, si può affermare che il livello complessivo sembra migliorato. Cresce la voglia di affrontare argomenti di attualità sociale, non necessariamente legati al nostro paese, di rileggere il nostro passato prendendo spunto dal cinema, dalla musica, da materiale d’archivio o anche solo da memorie personali. Non mancano opere scientifico-divulgative, analisi più o meno dettagliate del rapporto tra uomo e territorio, o anche solo vicende di vita vissuta. La scientificità dell’approccio non sempre è accurata, l’analisi del contesto a volte è sostituita dalla mera testimonianza dei protagonisti, tuttavia non si può che auspicare un crescente coinvolgimento di (tele)spettatori per un formato, un linguaggio che parla di noi e della nostra storia.

Come ad esempio I dischi del sole, bell’omaggio di Luca Pastore all’omonima etichetta discografica (ne parlava Monica Zanchi nello scorso numero nella sua rubrica), che a partire dai canti folk e dalle canzoni politiche degli anni ’60 e ’70, Giovanna Marini in testa, ripercorre alcuni passaggi cruciali della nostra storia. Produce Fandango, una delle società più attive nella produzione e distribuzione di documentari, che firma un altro esempio di impegno civile: Maquilas, dei cineasti Beppe Gaudino (Giro di lune tra cielo e terra) e Isabella Sandri (Il mondo alla rovescia), ci porta nelle omonime fabbriche tax free impiantate nell’ambito degli accordi Nafta in Messico, vicino al confine con gli Usa, luoghi di sfruttamento intensivo della mano d’opera e fonte di elevato inquinamento ambientale. Pur con qualche lungaggine nella seconda parte, il documentario Premio Cipputi al Torino Film Festival offre testimonianze angoscianti di angherie (più volte sconfinate in omicidi di operaie), turni massacranti, assenza totale di qualsivoglia tutela, oltre al rischio delle radiazioni.

Complice un archivio di immagini senza eguali, l’Istituto Luce ha presentato diverse opere di interesse, dall’omaggio di Antonello Sarno ad Alberto Sordi a L’impero di marmo di Folco Quilici, fino alle memorie di Citto Maselli, intellettuale borghese imparentato con Pirandello, immerso nelle arti e protagonista della Resistenza prima di scoprire la passione per il cinema: in Frammenti di Novecento l’autore de Il sospetto ci conduce per mano tra luoghi e protagonisti della sua esistenza, tra aneddoti e vicende collettive. Bell’esempio di memoria del cinema I ragazzi della Panaria di Nello Correale, con Francesco Alliata, nobile catanese, che ripercorre le gesta della casa cinematografica che ha legato il suo nome nel dopoguerra dapprima a spettacolari riprese sottomarine, poi a produzioni con Modugno e la Magnani, tra cui il Vulcano di Dieterle che entrò in competizione con Stromboli di Rossellini con la rivale (in tutti i sensi) Bergman, ricostruendo le vicissitudini prima, durante e dopo il set.

E’ una produzione Luce anche Bellissime di Giovanna Gagliardo, una carrellata a vocazione enciclopedica sulle donne e sui costumi del ‘900, con incursioni nella mondanità e nelle vicende di casa Savoia e di villa Torlonia. Sempre sotto il profilo storico, si segnala la rievocazione in forma di monologo della strage delle Fosse Ardeatine in Radio clandestina, ad opera del talentuoso Ascanio Celestini, artefice anche dei ritratti di lavoratori notturni Senza paura. Oppure Appunti romani, un album d’epoca di Marco Bertozzi, autore anche di Rimini Lampedusa Italia sui pescatori dell’isola siciliana trapiantati in Romagna a partire degli anni ’50; o il nuovo muro che divide la Palestina in Un infinito cerchio di Claudio Camarca. Società civile al centro di Pietre, miracoli e petrolio di Gianfranco Pannone, ovvero come la scoperta del petrolio in Basilicata ha stravolto lo scorrere tranquillo dell’esistenza, tra necessità di impiegare le nuove ricchezze e gli effetti del passaggio dell’oleodotto sull’attività di una agriturista rigorosamente “bio”. Piccola pesca analizza l’impatto della base Nato in Sardegna sui pescatori del luogo. Sogni di cuoio di Cesar Meneghetti e Elisabetta Pandimiglio invece, parla di una squadra di calcio composta unicamente da immigrati argentini, che dall’attenzione dei media si ritrova senza soldi e senza prospettive. Altre storie di vita quelle degli artisti e scrittori cubani di Un hazard habanero, della campionessa olimpionica Josefa Idem (A filo d’acqua), dei bimbi abbandonati della provincia russa nel rigoroso La favola inventata di David Grieco, fino al toccante Un silenzio particolare sul rapporto tra lo sceneggiatore Stefano Rulli e il figlio con problemi psichici (l’unico che abbia avuto una distribuzione cinematografica, grazie alla Sacher di Moretti e Barbagallo). Altri documentari costruiti intorno al cinema, L’ultima sequenza di Mario Sesti, che interroga protagonisti e maestranze di di Fellini a proposito del finale originario (stilisticamente compatto, è un bell’esempio di inchiesta d’autore); e I nostri 30 anni, che parla della società italiana a partire dalle opere più significative di Monicelli, Risi, Bellocchio, Bertolucci, Moretti, fino a interrogare i più promettenti tra i nuovi autori sul loro approccio all’arte cinematografica.

In chiusura, una menzione a In viaggio con Che Guevara che Gianni Minà ha realizzato sul set de I diari della motocicletta di Walter Salles, a metà tra inchiesta sul continente sudamericano e accurato making of; e alle riflessioni filosofico-religiose di The big question, che Francesco Cabras e Alberto Molinari hanno realizzato intervistando artisti, comparse e maestranze de La passione di Cristo sul loro rapporto con la fede, tra splendide cornici naturali. Tra le testimonianze, una delle meno rilevanti è proprio quella di Mel Gibson.


Torna Indietro