Intervista
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| di Marco Spagnoli |
| Il maestro iraniano analizza il sodalizio con Loach e Olmi e anticipa il prossimo progetto, ancora italiano. |
“E’ solo una questione di età. Non siamo più dei ragazzi. Tra un po’ oltre a quelli della vista arriveranno anche i problemi dell’udito”. Così il regista iraniano Abbas Kiarostami liquida ironicamente la “occhiali da vista connection” che lo lega agli altri due registi di “Tickets”, Ken Loach ed Ermanno Olmi. Eppure, il film collettivo ha dimostrato un’identità di sguardo che va ben oltre l’aspetto “tecnico” legato agli occhiali. Tickets è un film generazionale, con la fascinazione per i treni che va di pari passo con quella per le dinamiche del movimento di un cinema d’autore in costante evoluzione. Il legame con l’Italia non va, adesso, ad attenuarsi per l’autore di Dov’è la casa del mio amico, Il sapore della ciliegia e Il vento ci porterà via. Il suo prossimo film, anche questo prodotto probabilmente dalla Fandango di Domenico Procacci, sarà girato ancora nel nostro paese e Kiarostami ha trascorso tutta la fine di marzo alla ricerca delle giuste location.
Qual è il senso della sua fascinazione nei confronti del movimento?
Per me la macchina da presa fissa è una sorta di ossessione e di obiettivo del mio lavoro. Mi rendo conto che per lo spettatore questo punto di vista possa risultare un po’ pesante da seguire, e alla fine cerco di bilanciare la fissità delle inquadrature con il movimento che permea la narrazione.
Tickets è un film collettivo. La diverte lavorare con altri autori?
Nel caso di Tickets senz’altro, perché la nostra collaborazione è stata portata avanti in maniera separata. Ognuno ha lavorato per conto suo e poi ci siamo incontrati per produrre il film. Il requisito fondamentale di questo tipo di collaborazioni sta nel fatto che nessuno tenti di dominare sull’altro.
Le piacerebbe una collaborazione più “stretta”, lavorando fianco a fianco con dei colleghi?
Sinceramente no. Quando uno raggiunge una certa esperienza e, di conseguenza, assume un certo numero di buone o cattive abitudini durante il lavoro, è impossibile tornare indietro. Una certa consapevolezza impedisce di lavorare diversamente, ed è al tempo stesso difficilmente condivisibile. A parte i fratelli Taviani e i fratelli Coen, credo che sia impossibile stabilire una collaborazione più forte tra i registi di quella che abbiamo sviluppato io, Ken ed Ermanno. Ognuno di noi ha il suo stampo e il suo modo di lavorare. Noi tre apparteniamo alla stessa generazione, ma abbiamo idee differenti. Per me, ad esempio, l’ideologia appartiene all’età dell’adolescenza. Per Ken, invece, è ancora oggi una parte importantissima del suo lavoro e della sua persona.
Sinceramente io non mi ritengo tale. Non mi sono mai considerato così importante o di alto livello da potere insegnare qualcosa a qualcuno. Io faccio semplicemente il mio mestiere. Cerco di creare e di trasmettere emozioni. Spero di portare avanti un lavoro positivo, dando un buon esempio e non uno negativo. So di avere dei difetti e non credo di avere un ruolo così importante per il pubblico. Quindi, non mi sento di accettare questo ruolo così importante. Il cinema per me è semplicemente un lavoro.
In Italia, però, il pubblico le dimostra quell’affetto che si riserva solo ai maestri…
E’ vero: questo affetto mi porta un senso di grande responsabilità. Lei ha ragione: alle volte provo a dimostrarmi indifferente, ma soprattutto durante gli incontri che ho avuto a Roma di recente, all’Auditorium e alla Casa del Cinema, sono rimasto colpito da tanto entusiasmo nei confronti del mio lavoro, che certo non si può definire come immediatamente commerciale. E’ anche per questo motivo, per ripagare tanta cura dal pubblico italiano, che ho deciso di ambientare proprio qui il mio nuovo film, che sarà girato anche nella vostra lingua. Questo è il mio modo di ringraziare l’Italia.
Lo stile è come il volto di una persona. Il lavoro che uno porta avanti è peculiare, quindi sì, credo che il mio stile ci sia, esista come quello di tutti gli altri che lavorano nel mondo del cinema e fanno film. Non credo, però, che sia imitabile, o che almeno lo sia al cento per cento. Alle volte, però, sono sorpreso dal fatto che nemmeno parti del mio lavoro mi sembrano appartenere al mio stile. Se talora non riconosco il mio cinema come tale figuriamoci quello degli altri.
I suoi film sono fondati sui dialoghi. Quanto conta, oggi, il ruolo del cinema come forma di dialogo tra culture differenti?
La comunicazione in generale è fondata sui rapporti. Personalmente ho sempre dato grande rilevanza al dialogo nei rapporti, perché penso che le parole esprimano concetti profondi e indelebili. I dialoghi sono fonti di emozioni, che si radicano nell’anima e vi restano dopo molto tempo. Certo, esistono anche la comunicazione non verbale e il linguaggio del corpo. Ma la comunicazione verbale è il principale modo per scambiarsi informazioni e per comunicare. Nel cinema questo processo è arricchito dalle immagini. Per questo, culture differenti possono vedere e conoscere l’alterità grazie al cinema.
Per il cinema ho avuto tanti maestri italiani, ma credo che sia stata soprattutto la vita ad insegnarmi tutto.
L’inquietudine. E’ quello che mi fa muovere ed è ciò che mi scuote. Altrimenti, adesso, sarei seduto su un divano di fronte alla televisione a cambiare canale con il mio telecomando. E’ a causa dell’inquietudine che ho incominciato a fare del cinema.