Intervista
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| di Silvia Angrisani |
| IL GUSTO PER LA
CONVERSAZIONE Dal romanzo di Benamou il ritratto di un François Mitterrand anziano, vicino alla fine, che rievoca filosoficamente la sua esistenza |
A un anno di distanza da Mon père est ingénieur, Robert Guédiguian firma una nuova opera, Le passeggiate del Campo di Marte, ispirata agli ultimi mesi di vita di François Mitterrand e tratta dal libro “Le dernier Mitterrand” di Georges-Marc Benamou. Nel ruolo del Presidente, il talento straordinario di Michel Bouquet, in coppia con Jalil Lespert, che interpreta il giornalista trentenne determinato a raccogliere le memorie del politico. Il film, in concorso al festival di Berlino, è una lunga, appassionante conversazione: nulla avanza – precisa il regista – se non attraverso il dialogo.
Si è ispirato a dei modelli di conversazione filosofica oppure l’impostazione del film è nata naturalmente, leggendo il libro di Georges-Marc Benamou?
Il film si inscrive nella tradizione dei dialoghi filosofici. Quelli di Platone sono tra i modelli più antichi, ma nella tradizione francese c’è anche Diderot: “Jacques il fatalista”, per fare un esempio, è una conversazione tra un maestro e un allievo, e dunque anche una relazione tra la giovinezza e la vecchiaia. È un tema che mi ha sempre affascinato: come forse per tutti i figli di operai, la scuola, il sapere, l’educazione, l’apprendimento, sono per me cose essenziali – probabilmente perché io non le ho mai avute immediatamente – e sarei felice se il film riuscisse a restituire alle giovani generazioni il gusto per la conversazione. Ho cercato di fare un film che potesse risultare accattivante, appassionante, ludico, servendomi esclusivamente del dialogo. Per me è un piacere enorme ascoltare due persone che conversano, due intellettuali o anche due operai: persone che parlano di quello che fanno, di quello che hanno vissuto, di ciò che conoscono… La conversazione è sempre una relazione: si parla con qualcuno, si è più o meno affascinati, si cerca di attrarre l’altro a sé… Si gioca, necessariamente, e il piacere della conversazione consiste anche in questo.
Il personaggio principale è François Mitterrand, al tempo stesso una persona che ha riflettuto sulla propria morte, cercando di “addomesticare” l’idea della malattia e della morte stessa, e una grande figura storica: che cosa ricorderemo di quest’uomo tra un secolo, mi sono chiesto? Che cosa rimarrà di lui, di che cosa si parlerà quando la storia avrà lasciato sedimentare gli avvenimenti? Credo che di quest’uomo resterà il fatto di avere incarnato la possibilità del socialismo, l’alternativa al capitalismo in Occidente. La conversazione poteva avere dunque da un lato questa base politica e teorica, dall’altro poteva affrontare la questione della vita e della morte: c’era in effetti materiale per fare una bella conversazione!
La figura del Presidente campeggia gigantesca nel film, per statura politica e per umanità, per gli ottant’anni di esperienza e cultura incredibili. Al tempo stesso si tratta di un uomo fragile, di un vecchio solo di fronte alla morte, ansioso di poter raccontare fino all’ultimo la sua versione dei fatti. Quanto di tutto ciò era già nel libro?
Il libro conteneva già l’idea del racconto a ritroso: un uomo malato, in punto di morte, che visita le chiese, s’interroga sull’idea della morte in culture, religioni e filosofie differenti. Abbiamo fatto naturalmente delle scelte, ma dove ci siamo presi maggiori libertà è stato rispetto all’altro personaggio, quello che nel film è interpretato da Jalil Lespert e che nel libro è la voce narrante. In letteratura la figura del narratore funziona, ma al cinema c’è bisogno che ciascuno abbia un corpo. È stato necessario inventare il personaggio del giornalista, dandogli un nome, una famiglia, una storia. Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’autore del libro, che tuttavia ha collaborato all’adattamento. D’altronde, perché ci sia una conversazione c’è bisogno di due figure che diano corpo al campo-controcampo: il controcampo non può essere uno specchio, è necessario che l’interlocutore esista. Talvolta abbiamo aggiunto delle scene per rendere tutto più universale: per fare un esempio preciso, la scena del bagno non era nel libro. Prima ancora di cominciare a lavorare, tuttavia, ho sentito il bisogno di una sequenza in cui si vedesse il corpo di Mitterrand, e il corpo di un uomo nudo è il corpo di un uomo nudo, non è più il Presidente: spogliato degli attributi del potere, è come un operaio, un contadino… è il corpo di un vecchio.
In definitiva, avete sottolineato l’aspetto umano.
Durante tutte le riprese, ci dicevamo con Michel Bouquet che il suo personaggio è molto più simpatico e caloroso del personaggio storico. D’altronde, non credo sia importante: il problema in questi casi è duplice, perché da un lato non bisogna entrare in contraddizione con la figura storica, dall’altro è necessario dimenticarla. Quando Sofocle o Shakespeare hanno lavorato sulla figura storica di un re, ad esempio, ciò che trovo interessante del loro lavoro non è l’aderenza alla realtà storica, ma il modo in cui mi parlano della realtà di oggi. Così, mi trovo spesso a dire che preferisco il mio Mitterrand al Mitterrand vero! Perché il mio Mitterrand è più socialista, più rivoluzionario, e se non più umano di quello storico, almeno mostra di più la sua umanità.
Non aveva mai lavorato in precedenza sulla relazione maestro-allievo in maniera così esplicita, anche se in tutta la sua opera è evidente la preoccupazione per la trasmissione del sapere. Come mai questa scelta?
Il film mi ha dato l’occasione di lavorare su una relazione che mi interessa e che ho vissuto: ho avuto dei maestri, altri me li sono inventati, per esempio Pasolini, che non ho mai incontrato ma di cui ho letto tutto e ho riflettuto su come la penserebbe oggi, come reagirebbe su certe questioni… Abbiamo bisogno di maestri. Ho vissuto l’epoca del ‘68, in cui si è cercato di rompere questo tipo di rapporto, ma il desiderio di rompere la relazione con i maestri non è che un tipico atteggiamento piccolo-borghese.
Le passeggiate del Campo di Marte potrebbe essere definito un film-ritratto, laddove nella sua produzione precedente ci sono piuttosto piccoli e grandi affreschi: famiglie, comunità, città…
Da tempo mi chiedevo se un giorno avrei cambiato “teatro” – scenografia, troupe, ecc. – e mi dicevo che sarebbe stato possibile soltanto se mi avessero proposto qualcosa di eccezionale. Eccezionale questa proposta lo è stata immediatamente: si trattava del ritratto di un personaggio storico, morto recentemente, appartenente a un’epoca che ho vissuto, un uomo che ho anche combattuto – ho votato per lui ma l’ho combattuto perché ero comunista. Inoltre, il film mi permetteva di mettere in gioco dei temi che mi stanno a cuore: la morte, il socialismo, il rapporto maestro-allievo… è stata senz’altro una bella occasione.
La prova d’attore di Michel Bouquet è straordinaria. Come ha lavorato con lui?
Semplicemente, non ho lavorato, come al solito! Continuo a ripetere che i grandi attori non li si dirige. Si dirigono i cattivi attori. Un direttore d’orchestra non dirige il primo violino, ma piuttosto lavora insieme a lui. Ecco, abbiamo lavorato insieme. E la maniera in cui abbiamo lavorato insieme è qualcosa che non si può descrivere, non è una concezione teorica del personaggio. È stato evidente da subito – e credo che non ce lo siamo neppure detti – che né Bouquet né io avremmo svolto alcun lavoro di documentazione sul personaggio. Non abbiamo fatto ricerche negli archivi, né ci siamo informati su come si comportava, perché ero chiaro ad entrambi che non si trattava di fare una ricostruzione maniacale di Mitterrand. Da subito abbiamo dunque avuto lo stesso approccio “sensibile” al personaggio.
L’ultima frase con la quale Mitterrand si congeda dal ragazzo è “Sauvez-vous!”: una parola di addio, ma anche un invito a “salvarsi”. L’espressione francese contiene, effettivamente, questo duplice senso?
Sì, e la risposta si inscrive nella filosofia di Mitterrand. Precedentemente, Mitterrand aveva detto che bisogna conservare ciò che crediamo essere la nostra propria permanenza, e in questa idea c’è qualcosa di molto forte. “Sauvez-vous” significa anche “Pensi alla sua vita! Pensi alla sua vita come a un percorso da costruire, da padroneggiare!”. È quando si ha coscienza delle necessità che si raggiunge la libertà suprema.
Qual è il suo prossimo progetto?
Il film al quale sto lavorando si chiama Armenia. Racconta di un padre e di una figlia che non sono stati molto assieme; il padre, che sta per morire, se ne scappa in Armenia (è armeno), lasciando degli indizi per costruire una pista che permetta alla figlia di ritrovarlo. Organizza, insomma, un grande viaggio per la figlia. Lei è medico ed è una donna che non ha dubbi, ha una concezione meccanicistica del corpo e crede forse che anche le anime siano una cosa meccanica… Suo padre sta per morire e il viaggio che farà in Armenia la sconvolgerà, insegnandole a dubitare e facendole scoprire che in fondo, è un po’ armena anche lei.