Million Dollar Baby

di Clint Eastwood
Sceneggiatura: Paul Haggis da un racconto della raccolta Lo sfidante, di F.X. Toole ; interpreti: Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman; fotografia: Tom Stern; montaggio: Joel Cox; musiche: Clint Eastwood; prodotto da Albert S. Ruddy, Tom Rosenberg, Paul Haggis ; produzione: Lakeshore Entertainment, Malpaso Productions, Ruddy Productions; distribuzione: 01 Distribution; Stati Uniti; 2005; col.; 137’

 

In passato, abbiamo già avuto modo di vedere quanto Eastwood sia un regista molto più profondo e sensibile di quanto non lo sia stato come attore. Certo, il viso segnato dal tempo gli ha dato più espressività, e gli anni maggior esperienza, per poter indagare e raccontare quelle pieghe scure e dolorose dell’esistenza che già ci avevano coinvolto e convinto in Mystic river, ma ancor più oggi ci colpiscono e ci commuovono in Million Dollar Baby, con cui Clint Eastwood ha meritatamente vinto il Golden Globe per la miglior regia e la sempre brava Hilary Swank quello come miglior attrice drammatica. Million Dollar Baby è un film bellissimo. Ci sarebbe molto da dire, eppure è difficile rendere con la parola scritta le emozioni sfumate e sottili che il volto di Eastwood, la voce roca di Morgan Freeman, l’ingenuità caparbia e spiazzante della Swank riescono a trasmettere nel cadenzato e intenso procedere del film. E’ difficile riportare in poche righe le questioni intime e morali che il film tira in ballo mai banalmente, quel senso del cinema che il regista-attore americano più di altri sembra avere, sarà per il suo passato western, per il suo lavoro con alcuni fra i più grandi registi, sarà forse per il suo senso della vita e della sua rappresentazione cinematografica: la vecchia palestra di pugilato in cui è ambientato il film, la musica mai invadente curata dallo stesso regista, quella luce blu, livida, fatta di ombre, tutto ha il sapore del cinema vero, ma anche della vita vera, e suscita nello spettatore pensieri ed emozioni che già conosce, che ha già pensato e vissuto. Eastwood interpreta Frankie Dunn, un allenatore di boxe vecchio stampo, un uomo ruvido e chiuso che porta dentro di sé un peso insostenibile, ostinatamente religioso ma impotente di fronte ai misteri divini, incapace di comunicare con gli altri se non con un silenzio o un sorriso traverso, lui che non allena le ragazze perché non vuole lacrime e stupidaggini intorno a sé. Accanto a lui, ogni giorno, il vecchio Eddie “Scrap-Iron” Dupris si prende cura della palestra, ex pugile vittima di un brutto incidente, anche lui figura tragica, l’unico ad aver capito veramente Frankie e a soffrire per lui. Un giorno una ragazza si presenta da Frankie, vuole essere allenata da lui, e ce la mette tutta per conquistare la sua attenzione, per dimostragli che può farcela. E fino ad un certo punto ce la farà magnificamente. Tratto da un racconto della raccolta Lo sfidante di F. X. Toole, un ex cut boy (l’uomo che tampona le ferite dei pugili a bordo ring), quello di Eastwood non è propriamente un film sulla boxe, nello stesso senso (e forse di più) in cui non lo era Toro scatenato. La boxe è un modo per raccontare sì un mondo che esercita sempre un qualche fascino, ma soprattutto per raccontare vite vissute intensamente, e una morale difficile.

 


Torna Indietro