LA MORTE SOSPESA
Touching the void

di Kevin Macdonald
Sceneggiatura: Joe Simpson
Fotografia: Mike Eley
Montaggio: Justine Wright
Musiche: Alex Heffes
Interpreti: Joe Simpson, Brendan MacKey, Simon Yates, Nicholas Aaron
Produzione: Darlow Smithson
Distribuzione: Fandango
Gran Bretagna 2003 – colore 106’

 

“La morte sospesa” è in assoluto uno dei romanzi di alpinismo più emozionanti e coinvolgenti. E’ il racconto di una solitaria odissea fra i ghiacci delle Ande peruviane, una mitica storia di sopravvivenza, il diario di una missione impossibile, che si realizza grazie alla forza di volontà e all’eroismo, dettati da insopprimibile desiderio di vita.

La traduzione cinematografica del best seller autobiografico di Joe Simpson rischiava fatalmente di cadere nella retorica e nell’inverosimiglianza, proprio perché quanto realmente accaduto poteva risultare difficilmente credibile. Del pericolo credo fossero consapevoli anche il regista Kevin MacDonald e lo stesso Simpson, desiderosi che la verità venisse raccontata senza alcuna falsificazione drammaturgica. E così, sullo schermo “La morte sospesa” si è trasformato in un curioso docu-drama, che mescola insieme le testimonianze di Joe Simpson e del suo compagno d’avventura Simon Yates con sequenze ricostruite, ma anch’esse particolarmente realistiche, dove i due alpinisti sono impersonati da attori. Ugualmente, per ciò che riguarda le ambientazioni, una parte del film è girata nei veri luoghi dell’avventura, attorno alla Siula Grande, e una parte sulle Alpi, sebbene sempre ad altitudini elevate e in condizioni ambientali difficili.

Il libro e il film rievocano la scalata affrontata nel 1985 da Joe Simpson e Simon Yates. Durante la discesa dalla vetta della Siula Grande, Simpson resta coinvolto in un incidente che gli procura la frattura di un femore. Il suo compagno Yates cerca di calarlo con le corde, facendolo scendere lungo le rocce, finché Simpson precipita nel vuoto. Yates lo trattiene, ma non ha la forza per ritirarlo a sé. Così, per evitare di precipitare a sua volta, pur consapevole di decretare la morte del compagno, tradendo un irrinunciabile principio etico dell’alpinismo, Yates decide di tagliare la corda. Simpson piomba su un ghiacciaio, finendo in un crepaccio. Mentre Yates, pieno di rimorsi e disperazione, torna al campo base, Simpson, grazie ad un chiodo da ghiaccio, riesce faticosamente ad emergere dalle profondità ed inizia un’estenuante viaggio, destinato a protrarsi per una settimana, muovendosi a forza di braccia, scivolando sulla neve, arrancando fra le rocce, verso una salvezza impossibile. Ma la sua volontà di sopravvivenza compie il miracolo.

Il film di Kevin MacDonald esprime bene il senso di impotenza e di disperazione nel quale Simpson precipita dopo l’incidente. Ma anche tutta la sofferenza necessariamente sopportata durante una interminabile via crucis, segnata in particolare dal problema della disidratazione, reso ancora più drammatico dal fatto che mentre non possiede neppure un goccio d’acqua da mettere in gola, sotto una impenetrabile cortina di ghiaccio Simpson sente scorrere invitanti torrenti. Una specie di supplizio di Tantalo che rischia di precipitarlo nella follia.

Colpisce anche il contrasto fra lo splendore dello scenario nel quale si svolge il lungo, interminabile viaggio di Simpson, e il dramma che si sta lentamente consumando. Il film mette in evidenza il rapporto uomo/montagna, ovvero il confronto fra la piccolezza del primo e la maestosità del secondo elemento.

In definitiva, anche in versione cinematografica “La morte sospesa” riesce a comunicare emozioni, imponendosi come un prodotto non necessariamente indirizzato solo agli appassionati di alta quota.

Franco Montini

 


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