Intervista
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| di Barbara Corsi |
| I SENTIMENTI PRIMA
DI TUTTO Un cast notevole dà vita alle quattro fasi dell’amore, in tono grottesco e beffardo |
“Perché Monicelli non ha sulla scrivania l’Oscar per La grande guerra?” si chiede Giovanni Veronesi quando, alla domanda su quali siano i suoi punti di riferimento cinematografici, elenca nomi illustri del cinema italiano come Germi, Risi e Pietrangeli, che hanno raccontato gli aspetti più crudeli e tragici della vita con distacco e ironia. Questo modo di vedere il mondo è quello in cui il regista toscano si riconosce di più, ed è anche il motivo per cui fatalmente sceglie di lavorare con altri toscani, come in questo caso il co-sceneggiatore Ugo Chiti. “Abbiamo lo stesso sarcasmo, la stessa cattiveria”, dice il regista, che con il suo nuovo film Manuale d’amore giura di aver affondato il coltello nella piaga degli aspetti più ridicoli e sgradevoli di una tipica storia d’amore.
Le quattro tappe fondamentali di questa parabola amorosa sono vissute da quattro coppie diverse, interpretate da diversi attori: l’innamoramento da Jasmine Trinca e Silvio Muccino, la crisi da Margherita Buy e Sergio Rubini, il tradimento da Luciana Litizzetto, l’abbandono da Anita Caprioli e Carlo Verdone. Ma Veronesi ci tiene a precisare che non si tratta di un film a episodi, bensì di un’unica storia divisa in quattro capitoli, legati da scene che segnano il passaggio del testimone dall’una all’altra coppia.
Perché così tanti protagonisti per una stessa storia d’amore?
Abbiamo scelto di usare quattro coppie invece di una sola perché ci divertiva l’idea di mostrare caratteri diversi dell’umanità, e il cast messo insieme per rappresentarli è uno dei più belli che un regista possa desiderare, talmente è eterogeneo e curioso. Il titolo Manuale d’amore non è casuale: il film prende spunto da un manuale in quattro cd che racconta come ci si trasforma in deficienti quando si è innamorati, nella fase in cui ci si chiama per diminutivi o nomignoli ignobili; come si diventa cattivi per una crisi o sospettosi per un tradimento, come si rimane senza risorse e ci si lascia andare quando si viene abbandonati. Nell’ultimo capitolo Verdone sperimenta su di sé il percorso - molto ridicolo - suggerito dal cd sull’abbandono, che ha comprato in libreria con molta vergogna, come se si trattasse di un giornale porno. Le pene d’amore possono essere devastanti se non vengono arginate, specialmente a una certa età.
Viviamo in un’epoca dove c’è un manuale per tutto: pensi che le persone non sappiano più reagire spontaneamente ai momenti difficili?
Le città sono piene di palestre dove non si fa più ginnastica, si fanno corsi di autostima o di musicoterapia. Ci hanno fatto credere che tutto si può curare con le pasticche e quindi non si sente più parlare di tristezza, ma di depressione; non di stanchezza, ma di stress. Nell’800 un poeta era triste, non era depresso. La farmacologia ci ha defraudato dei nostri sentimenti più profondi. Ognuno di noi ha detto almeno una volta: “vado in un agriturismo a staccare la spina”, e invece bisogna attaccarle le spine, perché se le stacchi, finisce che non fai più niente nella vita.
Il film è dunque un invito a vivere profondamente i sentimenti?
Le fasi della vita vanno vissute intensamente, con molto istinto e soprattutto molta grinta, perché tutti hanno in sé la volontà di risorgere, ma spesso curano la propria anima in modo sbagliato. Sono sicuro che gli spettatori che vedranno questo film, sgomiteranno con quello accanto dicendo di riconoscere nel tal personaggio il vicino di casa. Invece sono proprio loro. Io mi riconosco in quasi tutte le situazioni, le ho scritte mettendoci dentro anche mie esperienze personali, che raccontate così fanno ridere, anche se quando le ho vissute erano tragiche. In un film si può scherzare, nella vita meno.
La parola amore ricorre molto spesso nei titoli e nei soggetti dei film italiani, tanto da creare a volte una certa confusione. Pensi che questo corrisponda a un’esigenza diffusa di sviscerare il tema?
Un mio amico sociologo mi ha spiegato che negli ultimi vent’anni quella che è venuta a mancare è stata l’ideologia politica, per cui la gente si è attaccata ai sentimenti, a quegli aspetti della vita che sono eterni. Ormai i giovani, e anche i quarantenni, preferiscono mettere nei sentimenti quell’energia e quell’attenzione che vent’anni fa i ragazzi rivolgevano al dibattito sulla politica e sulla morale. Guarda le trasmissioni tv, anche quelle più banali: parlano tutte d’amore. C’è da dire che la maggior parte delle volte si abusa sia della parola che del concetto di amore. Io penso che al cinema non sia il caso di parlarne seriamente. I film che lo fanno ci prendono in giro, ci fanno sognare con una finzione. Se non c’è un distacco ironico da quello che si racconta, il film rischia di diventare un guazzabuglio psicanalitico in cui non mi vorrei trovare mai.
In alcuni film hai sperimentato una vena narrativa dai toni surreali. In questo caso su che registro ti sei tenuto?
Questo è un film semplice, molto sarcastico e in alcuni momenti grottesco. Con Ugo Chiti mi sono divertito ad aprire chirurgicamente piccole ferite, a sottolineare frasi che tutti noi abbiamo detto o pensato almeno una volta, quando non si sopporta più il biascicare del compagno, il modo in cui si veste o cammina: “sei cambiato”, “prima parlavi con me”, “mastichi male”. Quando un rapporto sta per finire tutti questi aspetti diventano più vivi e crudeli, il sangue sgorga. Siamo andati a strofinare il canovaccio negli angoli più polverosi delle persone in amore, per raccontare gli aspetti troppo entusiasmanti o troppo noiosi o troppo sofferti, talmente sopra le righe da diventare comici.